Don Vito Sguotti, documenti e memorie

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Intervista a mons. Zuncheddu, Postulatore per le Cause dei Santi, sulla vita e le virtù dello storico parroco di Carbonia

di Mario Girau

«Se c’è volontà di farlo, il processo per la causa di beatificazione di don Vito Sguotti, storico parroco di San Ponziano, morto settant’anni fa in fama di santità, potrebbe essere aperto anche subito. Il materiale di base – testimonianze significative, documenti, rassegna stampa, album fotografici, anche oggetti appartenuti a quel sacerdote – è stato raccolto. Bisogna riordinarlo e rintracciare ulteriori piste di lavoro, quindi altri fatti certi, per aggiungerli alle testimonianze giurate rese davanti a un apposito tribunale diocesano che trasmetterà il tutto alla Sacra Congregazione per le cause dei Santi».
Monsignor Gianfranco Zuncheddu, avvocato rotale, vicario del Tribunale Ecclesiastico d’Appello per le cause matrimoniali, per moti anni cappellano della Polizia di Stato, regolare Postulatore per le Cause dei Santi, toglie da un armadio del suo studio di Selegas tre faldoni zeppi di documenti. Titolo: «Don Vito Sguotti nato a Tribano (Padova) il 10 giugno 1886, morto a Carbonia il 22 settembre 1952».
«È il mio personale “Fondo Sguotti” che consegnerò a chi vorrà prendersene cura seriamente. Un patrimonio documentale originato casualmente, frutto di una curiosità intellettuale trasformata in desiderio di ricostruire storicamente la vicenda umana e sacerdotale di don Vito, “carissimo e santo parroco” di Maria Luisa Ravot, un’anziana signorina che, nei difficili momenti in cui lottava contro la malattia, nelle stanze del “Businco” – ospedale in cui sono stato cappellano per quasi undici anni – invocava il prete di San Ponziano».
Chi è Maria Luisa Ravot?
Una collaboratrice-segretaria di don Sguotti durante i suoi otto anni a Carbonia. Gli episodi riguardanti la vita del suo parroco li ha ricostruiti per me in modo organico nel mese di agosto del 2004. Lei raccontava e io scrivevo quasi sotto dettatura una “confessione” di quasi sessanta pagine. Al termine del suo monologo, Maria Luisa Ravot mi ha consegnato foto di don Vito e della sua famiglia, alcuni crocifissi, due stole da lui usate e altro.
Troppo poco per costruire una documentata base storica su don Sguotti.
La signorina Ravot mi ha messo in contatto con la nipote di don Vito, che ho incontrato durante miei diversi soggiorni padovani, nel periodo in cui, accompagnato da un poliziotto, facevo la spola tra l’Italia e la Jugoslavia per andare a Fiume. Ero, infatti, il postulatore, per il primo grado di giudizio, della causa di canonizzazione di Giovanni Palatucci, l’ultimo questore di Fiume che, durante la shoah, salvò migliaia di ebrei da morte sicura nei lager della vergogna.
Incontri utili con la nipote di don Vito?
Anche dalla nipote padovana e da altri familiari, compresi i sacerdoti curiali diocesani e locali, ho ricevuto confidenze scritte e orali, nonché qualche foglio con testimonianze per un eventuale processo di primo grado relativo alla causa di beatificazione dello storico parroco di San Ponziano.
Impressioni da quei colloqui padovani?
Freddezza e poca disponibilità negli ambienti curiali e tra i preti anziani. Mi è sembrato che a qualcuno il processo di beatificazione non interessava e per qualche altro non era/non è il caso di avviarlo.
Le ragioni di questa “freddezza” patavina?
Molto modestamente e umilmente, mi permetto di pensare che sia dovuta al fatto che nell’ambiente clericale della diocesi di Padova era nota la “causa” in cui don Vito veniva diffamato con l’accusa di essere padre di una bimba malata. Un processo finito davanti al Tribunale dello Stato. L’accusa era fatta dalla mamma della piccola. La donna, però, nella fase finale del processo, scrive e confessa al Tribunale di aver imbrogliato e accusato don Vito “per interesse” e perché “costretta” da persone che in quel periodo nel padovano erano interessate a infangare la Chiesa e i suoi ministri.
Mons. Zuncheddu, a lei che cosa risulta su questa vicenda che potrebbe indurre a fermare la causa sul nascere?
Risulta, è vero, che don Vito ha aiutato queste due donne di Monselice, ma come avrebbe fatto N. S. Gesù Cristo, e basta. Qualche prete della diocesi di Padova mi ha scritto successivamente. Ma, ritengo, solo per essere avere notizie sugli sviluppi della vicenda – Sguotti nella Chiesa sulcitana, cioè causa sì-causa no.
Il suo giudizio sull’apertura della causa di beatificazione?
Negli anni in cui lavoravo per Palatucci, ma per le ragioni prima esposte mi sono interessato anche della vicenda-Sguotti, ho fatto ricerche anche su don Vito e sul suo operato tra parrocchiani di San Ponziano e minatori. Risultato? La “fama sanctitatis” dello Sguotti è ancora presente e molti chiedono “grazie a Dio” mediante la sua fraterna intercessione, per la Comunione dei Santi. Senza voler consigliare niente a nessuno, a mio avviso sarebbe il caso di riprendere tutto quel che prevede l’avvio di un processo di beatificazione.
Perché vuol destinare il suo “fondo- Sguotti” – costituito grazie alla sua curiosità personale, diventata col tempo ricerca sistematica – al Tribunale Metropolitano e di Appello di Cagliari?
Di questo tribunale sono “vicario” e sono sicuro che è la sede istituzionale migliore per conservarlo in attesa di tempi migliori. Il tipo di santità “sguottiana” è quella particolarmente ricercata dalla Chiesa cattolica.
Anche la Curia di Iglesias è un’istituzione ecclesiastica, per di più è la diocesi competente, quella che dovrà essere “attrice” del processo, cioè richiedere l’autorizzazione alla Santa Sede, informare la Conferenza episcopale sarda, nominare Tribunale, postulatore e vice postulatore.
Rispondo con un’altra domanda: perché nessuno di Iglesias ha mosso un dito al riguardo? La Ravot  mi ha segnalato alcuni sacerdoti iglesienti, qualcuno sapeva, conosceva. Silenzio. Aggiungo che dopo numerosi tentativi sono stato ricevuto dall’Ordinario [la circostanza si riferisce a tempi lontani e precedenti alla presenza in diocesi di mons. Zedda, N.d.R.] nell’episcopio di via Pullo n. 2. Alle mie domande ha risposto chiaramente che la diocesi non poteva sobbarcarsi le spese necessarie per i vari processi canonici. Il Tribunale Metropolitano archivierà il “fondo Sguotti”, ma ritengo che lo metterà a disposizione di altre istituzioni interessate.

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Pubblicato su “Sulcis Iglesiente Oggi”, numero 25 del 10 luglio 2022

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