Il prete oggi: un chiamato, un ordinato, un inviato

Intervista a don Antonio Mura, rettore del Pontificio Seminario Regionale Sardo, con attenzione e speranza parte il nuovo Anno Seminaristico

di Giampaolo Atzei

Dal 2005 don Antonio Mura, quando ancora era parroco della cattedrale di Santa Chiara in Iglesias, è il rettore del Pontificio Seminario Regionale Sardo. Alla vigilia della ripresa delle attività, lo abbiamo intervistato nella struttura di via Mons. Parraguez a Cagliari.

Tra pochi giorni comincia il nuovo Anno Seminaristico. Viviamo un tempo di grandi attese, ancora condizionato dalla pandemia. Con quali prospettive e auspici il Seminario si avvicina alla ripresa delle attività?

Già nei giorni 15 e 16 settembre scorsi abbiamo accolto il primo gruppo: i nuovi 9 ingressi al primo anno del percorso del PSRS. Giornate molto importanti per conoscerci reciprocamente e far “assaporare”, conoscere e prendere un po’ di confidenza con la vita di seminario. Nove nuovi seminaristi di varie diocesi della Sardegna, provenienti da vari percorsi propedeutici di discernimento. Abbiamo pure già sperimentato come vivere in Seminario esercitandoci alle norme sul distanziamento, all’uso delle mascherine, all’igienizzazione costante. In questi mesi passati, come equipe del Seminario Regionale, abbiamo tanto lavorato per preparare e la struttura del Seminario e la programmazione della vita comunitaria secondo le norme anti-COVID-19.  Siamo fiduciosi nella possibilità di poter vivere, con le attenzioni dovute per la situazione epidemiologica attuale, un anno seminaristico abbastanza regolare. Nei giorni 20-26 settembre, organizzati in quattro gruppi e in quattro Case di Spiritualità, sparse per la Sardegna, i seminaristi vivono gli Esercizi Spirituali e dal 30 settembre si riparte “a pieno ritmo” a vivere il cammino seminaristico 2020-2021.

Diverse diocesi sarde hanno da poco celebrato l’ordinazione di nuovi presbiteri, chiamati ad affrontare nuove sfide nella società odierna, come ci ha ricordato anche la recente Istruzione sulla “conversione pastorale della comunità parrocchiale”. Qual è il profilo sociale e la dimensione pastorale del prete che si forma oggi in Seminario?

Domanda centrale nel nostro modo di pensare ad un progetto formativo per i seminaristi. Domanda che certamente avrebbe necessità di un’abbondante e articolata riflessione. Propongo solo alcune brevissime suggestioni. La spiritualità del prete, alla luce del Concilio, viene ad assumere alcune connotazioni, mai scontate. Il prete oggi è chiamato a sentirsi e vivere come un chiamato, un ordinato, un inviato. Dire che il prete è un chiamato è riconoscere che è soggetto di una vocazione di Dio intima ed irreversibile. Il prete non lo si comprende a fondo ed egli stesso non può comprendere se stesso, se non in termini vocazionali. La sua vita è avvolta e sconvolta da un originale esperienza religiosa. Prima che scelta personale, fare il prete è radicarsi in un dono che antecede tutto. Dire che il prete è ordinato è, invece, riconoscere che egli esiste in funzione di un ministero dentro la chiesa, per la evangelizzazione integrale dell’uomo. Dire che il prete è inviato, infine, è riconoscere che non svolge mai un compito a titolo personale e che non è un padrone, ma uno che ha accettato di farsi servitore di un progetto. Nella nozione di invio sono nascoste quella di precarietà, e dunque del passare da un compito ad un altro con la massima disponibilità, e quella dell’obbedienza. Il prete che si sente obbediente a un progetto in cui si riconosce ma di cui non è padrone, acquista una profonda libertà interiore. Queste prospettive non sembrano però sufficienti ad esprimere la spiritualità del sacerdote come l’ha tratteggiata il Concilio. C’è una indicazione diffusa come atteggiamento di fondo nelle sue pagine che può essere così riassunta: la capacità di immergersi nella realtà. Intendo essenzialmente riferirmi all’umanità con cui il prete è chiamato a svolgere il suo servizio. I preti «santi» sono sempre stati uomini di grande umanità. Essi non si sono mai nascosti dietro il loro ruolo per abbandonarsi alla grettezza. Mi sembra che il prete sia oggi chiamato ad interpretare se stesso e il suo servizio in termini di ricca umanità. Spiritualità del prete è capacità di comunicare, prima di tutto accogliendo il comunicare di Dio e nella disponibilità e accoglienza gratuita delle persone e della storia più generale. Nessuno vuole un prete impeccabile, sofisticato, ideale al punto da non essere vero. Spiritualità del prete è la capacità di condividere e soffrire con la gente. Senza per questo mimetizzarsi. Il prete rimanga tale; si immerga nei problemi fedele al suo servizio. Oggi la gente vive problemi drammatici. I preti devono saper condividere, incarnarsi nel vissuto e nel soffrire della gente per favorire una rielaborazione del vissuto alla luce della Rivelazione e del cammino della chiesa.

Quali elementi caratterizzano il percorso formativo di un futuro sacerdote?

Anche questa domanda avrebbe bisogno di una risposta articolata. Mi facilito il compito proponendo una parte del messaggio che Papa Francesco ci ha indirizzato nell’occasione della visita dei Vescovi Sardi e di tutta la nostra comunità seminaristica in udienza privata il 18 febbraio 2018 nell’occasione della commemorazione dei 90 anni dell’istituzione del Pontificio Seminario Regionale Sardo: “… C’è tanto bisogno di uomini di Dio che guardino all’essenziale, che conducano una vita sobria e trasparente, senza nostalgie del passato ma capaci di guardare in avanti secondo la sana tradizione della Chiesa. In questi anni di preparazione al ministero ordinato, state vivendo un momento speciale e irripetibile della vostra vita. Possiate essere sempre più consapevoli della grazia che il Signore vi ha concesso facendo risuonare in voi l’invito a lasciare tutto e a seguirlo, a stare con Lui per essere inviati a predicare (cfr. Mt 4,19-20; Mc 3,14). In voi, in modo particolare, sono riposte le speranze della Chiesa che è in Sardegna! I vostri Vescovi vi seguono con affetto e trepidazione, contando tanto su di voi e sul vostro proposito di conformarvi a Gesù Buon Pastore per il bene e la santità delle comunità cristiane della vostra regione. Camminate con gioia, tenacia e serietà in questo percorso di formazione, per assumere la forma di vita apostolica, che sappia rispondere alle odierne esigenze dell’evangelizzazione. Il Seminario, prima e più ancora che un’istituzione funzionale all’acquisizione di competenze teologiche e pastorali e luogo di vita comune e di studio, è una vera e propria esperienza ecclesiale, una singolare comunità di discepoli missionari, chiamati a seguire da vicino il Signore Gesù, a stare con Lui giorno e notte, a condividere il mistero della sua Croce e Risurrezione, ad esporsi alla Parola e allo Spirito, per verificare e far maturare i tratti specifici della sequela apostolica. Sin da ora, sia vostra cura prepararvi adeguatamente ad assumere una scelta libera e irrevocabile di fedeltà totale a Cristo, alla sua Chiesa e alla vostra vocazione e missione. Il Seminario è la scuola di questa fedeltà, che si apprende prima di tutto nella preghiera, particolarmente in quella liturgica. In questo tempo si coltiva l’amicizia con Gesù, centrata nell’Eucaristia e alimentata dalla contemplazione e dallo studio della Sacra Scrittura. Non si può esercitare bene il ministero, se non si vive in unione con Cristo. Senza di Lui non possiamo far nulla (cfr. Gv 15,5)…” (Papa Francesco alla comunità del PSRS – Roma).

Siamo lontani dai numeri del passato, però ancora numerosi giovani rispondono in Sardegna alla chiamata della vocazione: quanti costituiscono oggi la comunità del Seminario Regionale e come è organizzata?

La comunità del Seminario Maggiore Regionale è composta da 50 seminaristi provenienti da tutte le diocesi della Sardegna. Giovani e adulti (11 adulti oltre i 30 anni) con percorsi di vita estremamente diversificati.

Cosa rispondere a quanti dicono che quello del prete è un mestiere, che in questi tempi di crisi dà pure più garanzie e certezze di altri?

Spero che la gente che ci incontra, tutte le persone che incontrano noi preti, non abbiamo mai l’esperienza di sperimentarci come coloro che trasformano una vocazione in mestiere ad ore. La vocazione al ministero, come ogni vocazione nella chiesa, è dimensione che impregna e impegna tutta la vita del vocato e la conseguenza è dono totale di sé…

Una curiosità di molti lettori. Ma davvero la vita in Seminario è tanto dura? Come trascorre la giornata di un seminarista?

No, la vita del Seminario non è “tanto dura”, ma certamente “molto impegnativa”. Certamente, quella “palestra” che è il Seminario, impegna in modo esigente con un percorso di maturazione umana, di studio, di formazione ecclesiale e al ministero ordinato a servizio della vita delle persone in ordine al Vangelo. Ma sembra che ogni scelta di vita, per essere responsabilmente accolta, abbia necessità di percorsi con obiettivi chiari, contenuti significativi e percorsi che impegnano in pienezza tutta la persona. In nessun ambito della vita il “tutto e subito” e il “tutto senza esercitarsi in un dono totale di sé” non sembrano stili educativi che favoriscono la maturazione di personalità mature e capaci di responsabilità a favore della vita. Si il Seminario non è esperienza “dura”, ma certamente impegnativa. Ma chi ha accolto una chiamata per la vita non teme di impegnarsi totalmente a formarsi per vivere poi un ministero che è totalizzante e testimonianza di totale donazione di sé.

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