Dal Concilio all’attualità

Prete preconciliare, post conciliare, antico, moderno. Il pericolo della routine, le speranze e la missione apostolico-pastorale: l’intervista a Mons. Bettazzi

di Mario Girau

Si parla di prete preconciliare, post conciliare, antico, moderno… Come dev’essere il prete senza aggettivi?

Gli aggettivi che specificano l’indicazione del prete richiamano il rinnovamento di prospettiva indotto dal Concilio Vaticano II. Mentre prima si accentuava la Chiesa come società oggi si parte da una Chiesa popolo di Dio, fraternità di battezzati. Nella prima prospettiva il prete è il capo che comanda, nella seconda è l’anziano (in greco presbitero) che serve (in latino “minister”) colui che ha la responsabilità della comunità (presso gli ebrei era l’”anziano”). Il prete è colui a cui la Chiesa affida la responsabilità della vita della comunità”.

In 75 anni di sacerdozio mons. Bettazzi ha celebrato migliaia di messe. C’è il pericolo della routine?

Il pericolo della routine c’è in tutte le attività, anche le più elevate come la celebrazione dell’Eucarestia. Per questo nelle antiche sacrestie c’era un quadro con le preghiere da recitare come “preparazione alla Messa”. Proprio per evitare la routine nella celebrazione del “sacro”, occorre sapersi prendere qualche momento di raccoglimento prima di iniziarlo, ritornandovi anche nei momenti di meditazione lungo la giornata.

Ad appena 40 anni era Vescovo Conciliare, nel 1963. Ha visto realizzate tutte le sue speranze?

Il rinnovamento di prospettiva conciliare era tale da non prevedere un cambiamento rapido, anche perché la funzione “pastorale” da Papa Giovanni data al Concilio come prevalente su quella dogmatica contrastava la mentalità degli strumenti Vaticani a cui era affidata l’attuazione del Concilio. Penso alle quattro Costituzioni (che sono i documenti principali di ogni Concilio) e alla loro lenta attuazione, dal primato della Parola di Dio (Cost. Dei Verbum) a una liturgia veramente partecipata (Cost. Sacrosanctum Concilium), da una Chiesa prima di popolo che di gerarchia (Cost. Lumen Gentium), ad un superamento di tutte le chiusure ecclesiali per sentire la responsabilità di fronte all’intera umanità, a tutti gli uomini (e alle donne) di buona volontà. Ogni Papa ha favorito questa crescita, fino a Papa Francesco che, pur non avendo partecipato al Concilio, lo sta mettendo in pratica, dal ricorso costante alla Parola di Dio al suo impegno per la liturgia conciliare, da una Chiesa di popolo (vedi l’insistenza sui Sinodi, dai parrocchiali e diocesani ai nazionali), ad una Chiesa per tutti (vedi l’ecologia e la priorità da dare ai poveri).

Le molte responsabilità rischiano di trasformare il vescovo in un proconsole vaticano e togliere spazio alla sua missione apostolico-pastorale?

L’ultimo accenno che ho fatto ai Sinodi (proprio a cominciare dai parrocchiali fino ai diocesani) e il primato dell’attenzione ai poveri, indicano la prospettiva della missione del Vescovo, che ad essa deve saper subordinare le altre responsabilità, in cui deve saper farsi aiutare da collaboratori fidati e stimati dal clero e dal popolo di Dio.

 

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