Mons. Walter Erbì risponde alle nostre domande: le emozioni dell’ordinazione episcopale, la gioia della comunità, la prossima partenza per l’Africa
di Giampaolo Atzei
foto di Efisio Vacca
In pochi mesi, la nomina episcopale e a Nunzio Apostolico, adesso l’ordinazione nella sua diocesi di origine e presto l’incarico in Africa. Che emozioni l’accompagnano?
Il primo sentimento è sicuramente la gratitudine. Come ho detto al termine della Messa di Ordinazione, è innanzitutto una gratitudine che si eleva a Dio per i tanti doni che ho ricevuto nella mia vita e per quelli che, seppure immeritatamente, continuo a ricevere. Il dono della chiamata a servire la Chiesa nel ministero episcopale e nell’Ufficio di Rappresentante Pontificio è sicuramente tra questi ed è soltanto il più recente. E vorrei cogliere l’opportunità per ripetere qui che è un ministero – un servizio – quello episcopale, del quale si è investiti non certo perché si è migliori, più intelligenti, più santi o più simpatici di tanti altri ottimi sacerdoti! È semplicemente una chiamata al servizio che arriva attraverso la Chiesa. Il Papa, il Successore dell’Apostolo Pietro, attraverso i canali ecclesiali preposti, continua oggi a scegliere coloro che entrano a far parte del Collegio Episcopale, ma proprio come accadde a suo tempo con il Collegio Apostolico, si tratta pur sempre di esseri umani, con pregi e difetti. E poiché penso di avere coscienza, oltre che delle qualità, anche dei miei limiti, ecco che allora è ancora più grande il mio senso di gratitudine verso Dio e sono sicuramente e immensamente grato a Papa Francesco, il Quale, chiamandomi a far parte del Collegio Episcopale e affidandomi l’incarico di Nunzio Apostolico, ha riposto grande fiducia in me. Spero di potermi dimostrare all’altezza del compito, e sono certo, però, che il Signore non mi farà mancare la sua grazia e che la Vergine Santa continuerà a prendermi per mano come ha fatto finora.
Il cardinale Parolin ha detto a Iglesias che il nunzio è un ponte tra la Chiesa universale e le chiese particolari, ben più di un semplice rappresentante diplomatico. Cosa l’attende in questo nuovo incarico?
Partirò verso metà ottobre per la Liberia. La sede principale della Nunziatura, infatti, è a Monrovia e quella sarà la base abituale, per così dire, dalla quale cercherò di occuparmi, contemporaneamente, anche della Sierra Leone, dove spero comunque di potermi recare quanto prima e di tornarvi poi tutte le volte che le circostanze lo richiederanno. Per quanto riguarda le parole del Segretario di Stato, il Cardinale Pietro Parolin – che ancora ringrazio di cuore per avermi voluto conferire l’Ordinazione Episcopale e per averlo voluto fare condividendo la fede e la devozione della Chiesa Iglesiente-Sulcitana – direi che l’immagine del ponte è davvero molto bella! La missione che mi viene affidata, difatti, è sicuramente quella di costruire ponti e non muri, di essere un ponte e non una barriera. Un ponte tra la Chiesa Universale e le Chiese Particolari, tra la Santa Sede ed i Governi di ciascun Paese, tra il Papa ed i singoli Vescovi, tra il Sommo Pontefice ed i Capi di Stato e di Governo che ospitano la Missione Diplomatica. Il ponte, per sua natura, unisce, mai divide! È luogo e strumento che permette l’incontro, favorisce lo scambio e l’interazione. E questo perché il Nunzio Apostolico è chiamato ad essere un uomo di relazione, con le Istituzioni – civili ed ecclesiali – ma anche con le comunità e con le singole persone. Essere sul posto, ascoltare, dialogare, osservare, per fare poi analisi e sintesi, è infatti essenziale per il Rappresentante del Papa. È necessario costruire rapporti e tessere relazioni, con la Chiesa locale e con la società civile, come è di grande importanza stare con la gente, celebrare con loro e per loro, visitare le loro abitazioni, mangiare con loro, immergersi nella loro cultura, interessarsi ai più svariati ambiti della loro vita e rendere presente a tutti e a ciascuno la sollecitudine pastorale del Successore di Pietro. Se si volesse, poi, individuare la principale differenza tra la diplomazia pontificia e le altre diplomazie, si potrebbe dire, semplificando, che gli Ambasciatori e i Diplomatici degli altri Paesi, oltre alle classiche funzioni diplomatiche, si occupano in particolare di sostenere e difendere i diritti dei propri cittadini presenti nel Paese presso il quale si è accreditati. Gli Ambasciatori del Papa – i Nunzi Apostolici appunto – si occupano, invece, dei cittadini dello stesso Paese in cui si è accreditati, primariamente dei cattolici – questo sì, sostenendo in primis le Chiese locali – ma in definitiva di tutti, con una particolare attenzione alle condizioni di vita, alle libertà e ai diritti civili, senza trascurare la distribuzione di sussidi e di aiuti umanitari destinati a quelle opere sociali e sanitarie che più ne hanno bisogno e che variano – come è logico che sia – da Paese a Paese.
Filippine, Stati Uniti, Turchia. Dall’Asia all’America, passando per la Turchia, porta tra Oriente e Occidente, ora l’Africa, una terra da “amare come un padre”, si aggiunge alle sue esperienze.
All’elenco dei Paesi mi permetto di aggiungere la Nunziatura in Italia e nella Repubblica di San Marino, dove ho prestato il mio servizio dopo gli otto anni trascorsi nella Segreteria di Stato in Vaticano; dall’ultima sede, poi, la Turchia, si coprivano anche l’Azerbaigian ed il Turkmenistan. Ho voluto precisare soltanto per un senso di rispetto verso questi altri Paesi, soprattutto i più piccoli, perché talvolta – non per male ma spesso solamente per semplificare – li si dimentica e non lo trovo giusto nei loro confronti. Questo, inoltre, se mi è permessa una battuta, amplia anche il numero dei Continenti: Asia, Europa, America, Medio Oriente e ora Africa. Mi viene da pensare che manca ancora l’Oceania ma forse è meglio non dare suggerimenti ai Superiori… Se provassimo a chiederci, però, quante Chiese posso aver attraversato in tutti questi anni in giro per il mondo, la risposta potrebbe sorprendere… Una soltanto! L’unica Chiesa Universale, che si mostra però in tutta la sua ricchezza delle mille sfaccettature diverse e dalle quali bisogna cogliere ogni possibile esperienza, da portare poi rigorosamente con sé ovunque si vada. Anche in Africa! È forse questo il primo modo di amare l’Africa e, nello specifico, la Liberia e la Sierra Leone: lasciarsi coinvolgere ed entrare nel tessuto di quelle Chiese e di quelle società con tutto sé stessi, presentandosi onestamente così come si è e per quel che si è, disponendosi al dialogo e al confronto con la nuova realtà sempre in punta di piedi, con il più grande rispetto che si deve avere quando si entra in casa d’altri, in attesa che ti permettano di considerare la loro casa come la tua casa! È proprio per questo che non mi sento di parlare ora specificatamente di questi due Paesi: non ci sono ancora mai stato e sarebbe quanto meno presuntuoso, da parte mia, dire qualcosa al riguardo. L’unica cosa che posso, e che voglio dire, è che faccio mio l’appello ad amare l’Africa che mi ha rivolto il Cardinale Parolin: lo faccio disponendomi a lavorare, al meglio delle mie possibilità e delle mie forze, a servizio del Vangelo e con chiunque abbia a cuore il bene delle Chiese e delle popolazioni che sono in Liberia e in Sierra Leone.
Per la diocesi di Iglesias è un passaggio che rimarrà nella storia: un suo vescovo cardinale, lei (una vocazione espressa da questa comunità diocesana) arcivescovo e nunzio. Molte persone riconoscono in ciò un segno di speranza per un territorio che rimane sofferente.
Il territorio del Sulcis-Iglesiente ha sempre sofferto una depressione economica e una crisi lavorativa al limite della tollerabilità. In questi ultimi vent’anni, poi, mi pare che la situazione si sia deteriorata ulteriormente e la crisi che ne deriva si ripercuote, inevitabilmente, anche nel tessuto ecclesiale oltre che sociale, e va a penalizzare, come sempre accade, le fasce più vulnerabili: gli anziani – sempre più considerati come merce di scarto – e i giovani, per i quali sembra difficile ipotizzare un futuro e li si priva, così, persino della progettualità. Se in tale contesto, i recenti eventi ecclesiali possono essere considerati da qualcuno come segni di speranza, bene, ne sono felice! Ricordo sempre, infatti, le parole di Papa Francesco a Cagliari, nel 2013: “La mancanza di lavoro – ha scandito – porta alla mancanza di dignità. Non lasciatevi rubare la speranza, non lasciatevi rubare la speranza!”
Diamo uno sguardo al panorama internazionale: tra crisi economica e venti di guerra l’Europa sta vivendo giorni difficili, come affrontare questo tempo nuovo?
Nei giorni scorsi, dal 7 al 10 settembre, ho partecipato all’incontro di tutti i Rappresentanti Pontifici, tenutosi in Vaticano. Giovedì, 8 settembre, siamo stati ricevuti in udienza dal Santo Padre e, in quella circostanza, Papa Francesco ha ripetuto alcuni concetti che aveva già accennato in altre occasioni. Ha detto che, “purtroppo, l’Europa e il mondo intero sono sconvolti da una guerra di speciale gravità, sia per la violazione del diritto internazionale, sia per i rischi di escalation nucleare, sia per le pesanti conseguenze economiche e sociali”. Ha ribadito, poi, come aveva fatto più volte in passato, che ci troviamo davanti ad una terza guerra mondiale “a pezzi”, a motivo dei tanti conflitti che sono sparsi nel mondo, su molti dei quali è calato un silenzio assordante da parte di tutti, compresi i mezzi di comunicazione sociale. Tali conflitti, con tutte le loro conseguenze, si ripercuotono inesorabilmente, ancora una volta, sui più deboli e, in questo caso, i più deboli sono proprio i Paesi più poveri, che spesso coincidono con quelli più lontani, anche se non necessariamente in senso geografico. Chiuderei questo argomento senza entrare in ulteriori dettagli – non sarebbe troppo diplomatico – e vorrei citare, invece, un proverbio africano che non ha certo bisogno di spiegazioni e che ben descrive la situazione: “Quando gli elefanti combattono è sempre l’erba a rimanere schiacciata”.
“Sub tuum praesidium” è il motto episcopale che ha scelto, affidandosi alla Madonna. Come nasce questa scelta particolare?
Nasce e si sviluppa lungo il corso di tutta la mia vita. La Vergine Santa, la Madre Celeste, è sempre stata presente e ha accompagnato, in vari modi e in forme diverse, tutto il mio cammino. Confesso che non mi è facile parlarne, perché è qualcosa di intimo, proprio come è intimo il rapporto che si ha con la propria madre sulla terra: è difficile descriverlo, perché non lo si può racchiudere all’interno di un perimetro; ed è ancora più difficile spiegarlo, perché è un insieme di sentimenti ed emozioni che risiedono più nel cuore che nella mente. Quel che posso certamente dire è che ho sempre posto tutta la mia vita sotto la sua protezione, così come faccio ora anche con il ministero episcopale che mi è stato affidato. Il motto che ho scelto, appunto, è proprio Sub tuum praesidium, “sotto la tua protezione”, perché sono pienamente convinto che le mani della Santa Madre di Dio siano senza dubbio le mani migliori e le più sicure alle quali affidarsi!
Un pensiero da esprimere in libertà?
Forse potrà far sorridere ma una delle domande più frequenti, dal giorno della pubblicazione della mia nomina, è: “ma adesso come dobbiamo comportarci, come ci dobbiamo rivolgere, dobbiamo chiamarti Eccellenza?” Bene, il giorno dopo l’Ordinazione Episcopale, durante la Santa Messa di ringraziamento che ho celebrato a Domusnovas – nella chiesa parrocchiale di S. Ignazio da Laconi, nello specifico, ma che, non avendo il dono dell’ubiquità, era intesa per l’intero paese, quindi anche per la Parrocchia della Vergine Assunta – ho già accennato qualcosa al riguardo. Ho detto che il modo migliore – per me e credo per tutti – in cui ci si vorrebbe sempre sentir chiamati, è quello di nostra madre, la madre di ciascuno di noi. Come si può facilmente immaginare, mia madre, ovviamente, continua a chiamarmi per nome ed è sempre per me un suono soave, che dice sempre tutto il suo amore per me e che mai mi sognerei di sentire irrispettoso. Allo stesso modo, la Chiesa Particolare che è in Iglesias – e quindi l’intera Comunità Diocesana – è la Chiesa che ha generato il mio sacerdozio, come diceva giustamente una domanda precedente, e quindi, in questo senso, la ritengo esattamente come una madre, per cui penso che da questa semplice considerazione ciascuno possa trarne le conseguenze che preferisce circa gli appellativi e gli aggettivi da utilizzare. Aggiungo ancora una cosa che mi sta particolarmente a cuore: si, è vero, l’appellativo di “Eccellenza” è quello che si usa, formalmente, in diversi casi e per diverse categorie di persone. Non è solo l’appellativo per i Vescovi, dunque, ma lo è, per esempio, per tutti gli Ambasciatori, come anche per i Capi di Stato, i Ministri degli Esteri e credo anche qualche altra categoria… Ciò che personalmente credo è che le vere “eccellenze” si trovino da altre parti… sono un’eccellenza tutte quelle persone che nella società fanno cose eccellenti e tra queste, in particolare, vorrei ricordare l’eccellenza del ruolo dei genitori, con tutti i sacrifici che spesso devono fare per tirar su una famiglia e per educare i figli – soprattutto in tempi di crisi economica e lavorativa come quella che stiamo vivendo – dando loro le fondamenta per una vita, anche di fede, stabile e dignitosa; così come sono un’eccellenza tutte quelle donne e quegli uomini che, in maniera assolutamente disinteressata, offrono il proprio tempo a servizio del bene comune, nella società civile, nelle comunità ecclesiali o nelle associazioni di volontariato – sia confessionali che prettamente laiche; e sono sicuramente un’eccellenza tutti coloro che si prendono cura, in varie forme, degli anziani, dei malati e dei più deboli ed emarginati nella società… Ne ho citato solamente alcune, ma ce ne sarebbero tante altre… Direi che il termine “Eccellenza”, in sintesi – fatta salva la forma protocollare che, in alcuni ambiti, è richiesta dalle circostanze – dovrebbe essere usato, in maniera sicuramente più appropriata, per ciò che è veramente eccellente, piuttosto che come semplice titolo onorifico!
Lo stemma episcopale, nell’araldica ecclesiastica, è composto da uno scudo che può avere forme diverse – in questo caso si tratta di uno scudo definito “italiano”, detto anche “a testa di cavallo” – sormontato da un galero verde con venti fiocchi dello stesso colore, dieci per lato, simbolo della dignità arcivescovile, rappresentata anche dalla croce a due braccia posta in palo dietro allo scudo, che qui si presenta gemmata ad indicare la croce gloriosa ed il trionfo della resurrezione sulla morte. Sotto lo scudo, sul puntale della croce, vi è un cartiglio, contenente il motto episcopale scelto dal nuovo Arcivescovo come indicazione programmatica del suo intero ministero. Nello stemma di Mons. Erbì lo sfondo dello scudo è interamente azzurro, ad indicare il colore del cielo e quindi, in senso spirituale, le virtù, significando, per estensione, colei che è stata eccelsa in virtù – la Beata Vergine Maria – sotto il cui manto possiamo sempre trovare rifugio e protezione. Al centro dello scudo troviamo il sole radiante in oro: al suo interno, sempre in oro, il monogramma costantiniano, composto dalle lettere greche “X” (chi) e “P” (rho), ad indicare il Cristo, su cui si inscrive l’acrostico cristologico ΙΧΘΥΣ, “pesce”, costituito dalle iniziali della formula Ἰησοὺς Χριστὸς Θεοῦ Υἱὸς Σωτήρ (Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore). Il significato è palese: Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il Salvatore, è il centro di tutto, è il centro dell’universo, è il sole della resurrezione che si irradia sino agli estremi confini della terra. Tale iscrizione era stata già rappresentata nell’immagine ricordo dell’ordinazione sacerdotale di Mons. Erbì, il 10 maggio 1992, e ora, qui ripresa al centro del sole radiante, vuole anche significare la continuità tra il ministero sacerdotale e quello episcopale. Nella parte sottostante si trovano, in argento, gli elementi temporali, rappresentati sostanzialmente dall’acqua. In primis, l’acqua del mare che bagna la Sardegna. Poi l’acqua dell’Oceano Atlantico, che bagna la Liberia, la Sierra Leone ed il Gambia, i tre Paesi affidati al nuovo Nunzio Apostolico. Ed infine la Sede titolare che gli è stata assegnata, Nepi, che deriverebbe il suo nome dalla parola etrusca Nepa, che significa proprio acqua, cosicché Nepi sarebbe “la città delle acque”. Nella parte superiore, invece, troviamo, in oro, gli elementi spirituali: la stella ad otto punte, simbolo della Madonna, a cui fanno corona tre rose d’oro, a significare la massima devozione ed il pieno affidamento di Mons. Erbì alla Vergine Santa: nei tempi della sua formazione, fino al diaconato e al sacerdozio; nei trent’anni di esercizio del ministero sacerdotale, 21 dei quali a servizio della Santa Sede; e ora nel ministero episcopale, posto anch’esso sotto la protezione della Theotokos, la Santa Madre di Dio, che fu proclamata tale nel Concilio di Efeso, nell’attuale Turchia, nel 431. Da ciò deriva anche il motto episcopale che si legge nel cartiglio: Sub tuum praesidium, “sotto la tua protezione”, parole iniziali della più antica antifona mariana, composta proprio subito dopo il Concilio di Efeso, che pone nelle mani della Vergine Madre e sotto la sua protezione l’intero ministero episcopale di Mons. Erbì e, in definitiva, l’intera sua vita.
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Pubblicato su “Sulcis Iglesiente Oggi”, numero 31 del 18 settembre 2022




