Conoscere un Santo: il ricordo di San Giovanni Paolo II

Monsignor Arrigo Miglio ricorda gli anni del pontificato di Giovanni Paolo II tra aneddoti, incontri e gesti affettuosi del Papa

di Arrigo Miglio

Rispetto alla mole di eventi e di relativi ricordi che hanno segnato gli anni del pontificato di San Giovanni Paolo II i miei ricordi personali legati a lui sono delle briciole. Chiamarli Fioretti mi sembrerebbe un titolo troppo pretenzioso. Mi viene in mente piuttosto il Lembo del Mantello di evangelica memoria (Mc 5,25 ss e par.): in mezzo ad una folla che stringe Gesù da ogni parte, e con i miracoli strepitosi compiuti da Gesù, che in quel momento sta andando a risuscitare la figlia del capo sinagoga, quello che compie la donna emorroissa è un gesto quasi impercettibile (ma ben percepito dal Signore!) che però provoca in lei un risanamento profondo e le cambia la vita. Mi sento un po’ così, in mezzo alle celebrazioni e ai tanti ricordi che emergono nel centenario dalla nascita di questo Papa: ho sfiorato, per così dire, alcune volte il lembo del suo mantello, quasi nessuno se n’è accorto, ma la mia vita è cambiata profondamente, soprattutto per la chiamata al ministero episcopale ma anche per gli alcuni eventi vissuti accanto a lui, che mi hanno permesso di incontrare un uomo ricco di un’umanità autentica, vissuta e amata intensamente, un tutt’uno con la sua fede granitica e con la sua forza nel portare la croce.karowojtyla-giovanni-paolo-II1
Conservo un bel ricordo delle prime GMG negli anni ‘80 e della Route Nazionale R/S Agesci dell’86 ai Piani di Pezza, in Abruzzo; qui in particolare potei seguirlo più da vicino e concelebrare con gli altri assistenti centrali. Ma il primo incontro veramente ravvicinato avvenne nel febbraio del ‘90, mentre si preparava la visita del Papa alla diocesi di Ivrea. La tenacia del vescovo Mons. Bettazzi, che non aveva perso occasione per incontrare il Papa polacco, e l’attenzione curiosa e fraterna del Papa per questo vescovo famoso in Italia, “e non solo in Italia” soggiunse una volta Giovanni Paolo a chi voleva presentargli Mons. Bettazzi, resero possibile il progetto di quella visita in Canavese per i giorni 18 e 19 marzo del ‘90, festa di San Giuseppe, con la visita ai due maggiori complessi industriali Olivetti e alla Lancia (Fiat) di Chivasso, ma con un ampio spazio dato a tutta la realtà pastorale della diocesi. Come sua abitudine, un mese prima dell’evento il Papa invitò a cena il vescovo con il vicario e fu così che mi trovai la sera di un venerdì di Quaresima nell’appartamento privato al terzo piano del palazzo apostolico, dove dopo breve attesa arrivò il Papa con il segretario Mons. Stanislao e Mons. Re, Sostituto della Segreteria di Stato. Mi colpì anzitutto la sobrietà dell’ambiente e dell’arredamento (e, data la circostanza, devo ricordare anche la sobrietà del menu!), ma soprattutto non dimenticherò mai quell’ora e mezza di dialogo fitto tra Papa e Vescovo, con domande a 360 gradi e risposte ampie e articolate, in un clima di cordialità che man mano andava crescendo. Si stava davvero riscaldando il cuore. Al termine della cena, breve preghiera in Cappella e conclusione del Papa: “adesso mi sento pronto per venire a Ivrea!”. La visita pastorale di Giovanni Paolo fu una grande grazia per la diocesi, da tutti i punti di vista. I suoi discorsi al mondo del lavoro furono mirati e concreti, anche se oggi può sembrare un po’ patetico pensare a quelle due realtà industriali (parliamo di almeno 25.000 posti di lavoro) ora sparite dal Canavese. Giovanni Paolo rimase ad Ivrea dal pomeriggio del 18 a tutto il 19 marzo.
Mi è caro ricordare due momenti particolari. La sera del 18, dopo la cena nel settecentesco Seminario Maggiore di architettura juvarresca, il Coro Alpino Eporediese era stato schierato nel chiostro per offrire al Papa qualche canto di montagna, conoscendo il suo amore per le nostre alpi, ma subito intervenne lo Staff a dire che non era possibile, era tardi, ecc. Quando però il Papa uscì nel chiostro, qualcuno di straforo fece cenno al coro di partire e il Papa si avvicinò contento e rimase ad ascoltare non solo i due canti previsti ma altri ancora, con foto e commozione del coro. Il secondo momento fu la mattina presto. Avendo lasciato l’episcopio a disposizione del Santo Padre e di alcuni suoi collaboratori, mons. Bettazzi era in una stanzetta della mansarda e io mi ero accampato nel mio ufficio della Curia, posto proprio sotto la Cappella; non era quella notte da dormire molto e così poco dopo le 5 udii i passi del Papa che si era portato nella Cappella e vi rimase a lungo. Lo attendeva una giornata lunga e intensa, la prima colazione dovette attendere e posso testimoniare che lo spazio della sosta dopo il pranzo, condiviso con i vescovi del Piemonte, non superò i quindici minuti.
Nel ‘92 partecipavo per la prima volta all’assemblea Cei e quando il Santo Padre salutò i vescovi personalmente mi avvicinai insieme a Mons. Bettazzi. Mi guardò sorridendo e fece un cenno a Mons. Bettazzi dicendo: “eh, era il suo vicario…”, e tutti e due conclusero: Mah! Papa 0001bnNel ‘97, ultimo anno mio come assistente generale Agesci, provammo ad insistere per avere la presenza del Papa alla Route Nazionale delle Comunità Capi ai Piani di Verteglia (Av) ma non fu proprio possibile e venne il Cardinal Sodano, Segretario di Stato. Giovanni Paolo II però volle ricevere la Presidenza e così partecipammo la mattina del 31 luglio alla Messa del Papa nella residenza di Castel Gandolfo. Potei concelebrare con il Papa, assieme ad un altro vescovo presente. Quel mattino Giovanni Paolo non era molto in forma e accettò riconoscente che gli indicassi man mano i testi del Messale, invitandomi a continuare a segnare con il dito quando mi vedeva un po’ esitante. Dopo la Messa si fermò un bel po’ con la nostra delegazione, ripassando e commentando le foto dell’album che gli avevamo portato della Route precedente dove lui era venuto. Continuava a ripetere: “allora il Papa era più giovane…”.
Nel ‘99 partecipai con gli altri vescovi della Sardegna alla Visita ad Limina, compreso il pranzo con il Papa. Anche allora, quante domande sulle nostre diocesi, sulla storia e sulle tradizioni sarde (ci chiese ad es. cosa era rimasto della tradizione bizantina) e quanti richiami al viaggio in Sardegna fatto nel 1985. Tutti ricordiamo in particolare la domanda ripetuta tre volte per sapere il nome esatto della signora (Eva Cannas) che a Nuoro era andata al microfono a dire parole di perdono per gli assassini del suo fratello. Nel frattempo il vescovo di Nuoro era cambiato, ma riuscimmo a ricordare e a dirgli quel nome che gli stava tanto a cuore.
Ho avuto ancora altre due occasioni di incontrare Giovanni Paolo II. Nel 2003, come vescovo di Ivrea, accompagnai una folta delegazione di Olivetti Tecnost in udienza particolare: ci disse parole importanti e fu anche l’occasione per ricordare la sua visita pastorale del ‘90, ma di quell’incontro mi porto nel cuore soprattutto le parole ed il ricordo affettuoso che il Papa ebbe per Mons. Bettazzi, mio predecessore. Nel 2004, in ottobre, pochi mesi prima della morte, partecipai in piazza San Pietro alla grande udienza per l’Agesci e per il Masci. Il Papa era visibilmente sofferente, ma oltre al discorso incoraggiante volle anche salutare personalmente una larga rappresentanza delle due associazioni presenti. Mentre ero in fila in attesa del mio turno e sapendo che quasi sempre, mentre parlava con chi aveva davanti sbirciava anche chi era il prossimo, lo fissavo con attenzione e quando lui se ne accorse gli venne spontaneo un largo sorriso, quasi per dire “mi hai preso in anticipo…”. Così mi guadagnai il bacolo pastorale di legno scolpito che gli era stato donato e che conservo come una reliquia.
Fu per me un bisogno del cuore essere presente al suo funerale, attraversando quel mattino a piedi da Termini a San Pietro una Roma deserta e quasi paralizzata. Fu anche l’occasione per dirgli grazie per quanto aveva amato il nostro paese e per chiedergli scusa se alla sua elezione non pochi lo avevano guardato con una certa diffidenza. Ora che è Santo lo prego volentieri e devo dire che pregare un Santo conosciuto da vicino mi viene non solo spontaneo ma mi fa rivivere i momenti di grazia dei quali fu lui lo strumento del Signore.

 

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