Vicini alla gente, missionari in cammino

In dialogo con don Maurizio Mirai, parroco nella parrocchia Beata Vergine del Rosario a Villaperuccio e direttore dell’Ufficio catechistico diocesano

di Manolo Mureddu
foto di Efisio Vacca

Ha 36 anni, presbitero dal 2014, da due anni Don Maurizio Mirai è il pastore della parrocchia B.V. del Rosario a Villaperuccio, dopo aver vissuto per 36 mesi come vicario in quelle di San Paolo e Sacro Cuore di Iglesias. Il giovane parroco è anche direttore dell’Ufficio catechistico diocesano. Nell’intervista che segue gli abbiamo posto delle domande in merito al suo ministero e all’impegno diocesano.

Don Mirai, quando ha avvertito la chiamata del Signore?

Ho sentito la vocazione per la prima volta quando ero piccolo ma ho ignorato la cosa e sono andato avanti in quello che facevo sino agli anni dell’Università. In un momento preciso dopo essermi riavvicinato alla fede e alla parrocchia, ho sentito attraverso alcune persone, in particolare tramite l’esempio dei miei parroci, che forse potevo vivere “in quel modo” seguendo Gesù. La scelta è stata maturata dopo un pellegrinaggio. Pian piano è passata la paura e mi sono fidato di lui.

Come hanno reagito i fedeli al suo insediamento come parroco nella parrocchia B. V. del Rosario a Villaperuccio?

Sono stato accolto calorosamente e mi sento accolto come sono, con limiti e pregi, ma soprattutto mi sento trattato come un figlio. Il mio rapporto con loro è molto buono. In questi anni stiamo cercando di lavorare sulla comunità, sul valorizzare le nostre relazioni, sulla condivisione e la collaborazione. Speriamo che il Signore e la nostra patrona ci sostengano in quest’opera. Non sempre è facile superare il “si è sempre fatto così”, ma la comunità è in grado di continuare a camminare prendendo nuove vie.

Qual è la situazione economico-sociale del paese?

La situazione economica è quella di tutto il Sulcis. Tanti giovani sono disoccupati e sono costretti ad andare dove c’è il pane. Però è molto bello che quando tornano si sentono ancora legati alla loro comunità. Noto inoltre tanto spirito di amore e solidarietà. Anche durante il lockdown molto discretamente, con l’aiuto delle persone, andavamo casa per casa a distribuire viveri alle famiglie più bisognose.

Immagino ci sia molto da fare in termini di sostegno alle persone…

In ambito sociale cerchiamo di coinvolgere tutti in questo raggio d’azione che vede necessariamente unite fede e carità. Facciamo il possibile! La chiesa in un paese è importante perché è centro d’aggregazione e di formazione. La carità è frutto della formazione e della catechesi.

A proposito di catechesi, come procede il suo impegno di direttore dell’Ufficio catechistico diocesano?

In questo tempo di grandi limitazioni stiamo cercando di continuare le attività di formazione. La pandemia ha bloccato tante cose, compresa la catechesi. Però i catechisti sono chiamati a rinnovare il proprio sì, per poter rispondere alla chiamata che gli è stata rivolta.

Che metodo di lavoro state utilizzando e per raggiungere quali obiettivi?

In questo tempo si sta puntando alla formazione, soprattutto online, in linea con l’Ufficio nazionale che sta promuovendo dei webinar di approfondimento. I catechisti possono continuare a formarsi attraverso queste modalità che ovviamente, vista la situazione di emergenza sanitaria, sono attualmente le uniche. È necessario riprendere il contatto con le parrocchie e con le famiglie. Penso che l’azione più importante in questo tempo sia mettere insieme le forze. Possiamo anche essere i più bravi a fare una cosa ma se la facciamo da soli ci stiamo perdendo: camminare insieme, fare rete, condividere esperienze è fondamentale. Penso che questo ora sia più che mai necessario. Il nuovo direttorio per la catechesi ci parla di missionarietà: dobbiamo rinnovare il nostro impegno missionario per annunciare il Vangelo in un nuovo contesto.

Prescindendo dal periodo pandemico, si dice spesso che le chiese non siano più frequentate come un tempo. Come si potrebbe invertire questa tendenza?

Non possiamo piangerci addosso rivendicando un passato che non tornerà più. Parroci, catechisti e operatori pastorali devono lavorare in modo creativo per poter facilitare le risposte di fede. Inoltre penso che sia il tempo giusto per il rinnovamento delle nostre comunità. Sta a noi decidere.

E per coinvolgere meglio le nuove generazioni di ragazzi e ragazze, cosa si potrebbe fare?

I giovani sono sempre più lontani: sono immersi nel dubbio, ascoltano tante persone, YouTubers, influencer, che guidano e condizionano la loro esistenza e noi come chiesa non riusciamo ad “influenzare” la loro vita proponendo, invece, il Vangelo. Occorre riflettere seriamente e dialogare concretamente alla scoperta dei loro bisogni e in generale di quelli di tutte le persone. La comunità accoglie, ma lo fa concretamente anche attraverso un prete o un catechista, che oltre ad accogliere, testimoniano e custodiscono la propria storia e quella degli altri. Speriamo di poter essere dialoganti per poter ripartire da questo.

Si discute spesso di quale metodologia applicare nella catechesi. Quale predilige?

La metodologia nella catechesi possono essere diverse: ma a mio avviso non si tratta di tecniche ma di riscoprire la mentalità evangelica. Mostrare la bellezza della fede e delle opere della fede. Occorre prima di tutto un cambio di mentalità e poi un cambio di prospettiva. Il nuovo direttorio ci invita a rinnovare l’evangelizzazione con una catechesi che è kerikmatica, che parte dall’annuncio di Gesù morto e risorto per poi occuparsi dell’apprendimento della fede. Ora più che mai siamo missionari in cammino.

Come vede il futuro?

Un viaggio con e nella fede, in cui valorizzare e promuovere i valori della comunità, della testimonianza, della liturgia e della carità. Forse il Signore ci sta chiedendo di passare ad un tempo nuovo: lo Spirito Santo ci guiderà e a noi toccherà il compito di entrarci e a poco a poco di comprenderne l’importanza.

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