Iglesias in lutto per il “dottore delle pietre”

Dopo una vita dedicata alla miniera come tecnico, amministratore e divulgatore, il 28 luglio è venuto a mancare Luciano Ottelli

di Miriam Cappa
foto di Efisio Vacca

“Più alto vola il gabbiano e più vede lontano, sa questa frase per me è un ricordo carissimo, l’aveva scritta mio padre a mio figlio, era bambino e gli aveva regalato “Il gabbiano Jonathan Livingston”. Mi ha sempre colpito molto, tutti dobbiamo impegnarci a volare”. Ed è così che Luciano Ottelli, 80 anni, geologo tanto noto che il Politecnico di Torino lo aveva voluto anche recentemente per corsi specialistici, ha impostato la sua vita, o, con i suoi consigli, quella di chi ha avuto il privilegio di conoscerlo a lavoro o, semplicemente, lo incontrava per strada o per uno dei tanti “caffè” per i quali era necessario ingannarlo (ed essere anche bravi) se si voleva riuscire a pagare, almeno una volta, perché amava farlo sempre lui e non dalla carta aziendale.
Il 28 luglio è venuto a mancare commuovendo tutta la Sardegna, terra che era riuscito a far amare a tutti. I suoi libri sull’Argentaria, l’amatissima Monteponi o quelli scritti a quattro mani con i figli “Piccole storie di uomini e miniere del passato” e “Breve storia delle miniere di Nebida Masua Montecani Acquaresi”, oltre essere best seller e opere in cui ora studiano specialisti anche per i concorsi, sono volumi in cui resta incastonato quel suo particolare carisma: essere un imbattile tecnico ma non farlo pesare perché raccontava tutto con la stessa affabilità di una favola. Ed è con questa rara combinazione di eleganza e spirito di concretezza che si è mosso nel mondo, diventando, col suo solo lavoro, un punto di riferimento nella cultura non solo mineraria. Lui un punto di vista di osservazione speciale lo aveva avuto alla nascita: suo padre era Guido Ottelli, che aveva retto Iglesias come commissario prefettizio dal 1924 al 1926, lo stesso la cui parola aveva salvato Remo Branca “perché è un artista” e permettendogli di essere intoccabile anche se non allineato al fascismo.
Una sensibilità che Luciano Ottelli ha portato nel cuore affascinando tutti con quel suo stile unico che, con la stessa disinvolta grazia, era grado di stupirti perché non mancava mai di alzarsi dalla sedia in presenza di una signora o disquisire dei massimi sistemi, ma nello stesso tempo, era anche in grado di richiamare l’attenzione, come avrebbe fatto un ventenne, quando passava in macchina e riconosceva un amico. Trovava sempre un modo personale di parcheggiare per scambiarci qualche parola. “Lo sa – raccontava – che sono stato un insegnante anche io appena laureato? Mi piaceva molto, poi sono tornato studente perché per dirigere una miniera allora si doveva essere ingegnere o avere il diploma del Minerario. Sa a Iglesias secondo me dobbiamo combattere per non distruggere da soli la nostra storia, non dobbiamo permettere che la sede di via Roma perda i ragazzi”. In questo senso aveva partecipato anche al sogno del Parco geominerario essendone fra gli ideatori, direttore e anche consigliere nominato dalla Regione, portavoce delle Associazioni, i primi mesi del ritorno del Direttivo. “Con Giampiero Pinna e altri del gruppo, nel 1998 eravamo andati a Parigi all’assemblea dell’Unesco che doveva decidere l’istituzione della rete mondiale dei geoparchi. Sa abbiamo fatto uno strappo alla regola, siamo riusciti a mettere il materiale con le foto del nostro territorio sui tavoli dei delegati: abbiamo tentato il massimo. Erano tutti incantati solo dalle foto, è stato un plebiscito per dare il riconoscimento alla Sardegna. Peccato averlo perso così senza far nulla, non per noi, sa la nostra vita l’abbiamo fatta”. Lo raccontano le centinaia di messaggi sparsi on line o sulla stampa: oltre un brillante ricercatore, lui è stato il filo rosso che ha unito l’industria mineraria a quello che sarebbe potuto esserne il futuro essendone protagonista in ruoli apicali. A parlare di lui sono politici, operai, gli amici, le frazioni che considerava casa e tanti giovani, quelli che ha sempre trattato come pari sia che li accompagnasse personalmente a visitare Villa Pertusola (che aveva aperto agli eventi), sia che fosse per lavoro perché magari portavano un curriculum. Dal primo saluto, oltre avere risposte sincere, imparavano in cinque minuti qualcosa che è difficile acquisire anche in anni di formazione post universitaria: sei un dirigente perché lo guadagni sul campo e in te si identificano tutti i collaboratori non perché sta scritto sulla porta dell’ufficio. “Porto Flavia – chiariva – mica l’ho aperta da solo come direttore, sono un semplice dottore delle pietre, sono stati i minatori della mia squadra allora in Igea: hanno lavorato senza sosta, è a loro che bisogna mettere una targa. Sa non era tutto perfetto manco allora, ho aperto sotto la mia responsabilità ma amministrare significa esattamente questo: prendersi le proprie responsabilità”.

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