La grande Settimana Santa

 

Dalla domenica delle Palme alla Pasqua. Otto giorni “in cammino” per ripercorrere il mistero di Cristo, dalla morte alla vita

di Carlo Cani

Per i primi cristiani la celebrazione pasquale si inscriveva in un quadro temporale ben preciso: non arrivava in un momento qualsiasi dell’anno, ma al termine di un periodo eccezionale, una settimana particolare nella quale tutto aveva inizio, e tutto veniva portato a compimento. La chiamavano la “grande settimana”: dalla domenica delle Palme a Pasqua. L’ingresso nella grande settimana suggerisce l’idea di un esodo, un cammino di liberazione che permette di passare da un mondo a un altro. Non bisogna mai temere di mettersi in cammino, né di abbandonare per un breve intervallo di tempo quel clima di superficialità nel quale il più delle volte viviamo. Questo richiede un certo coraggio. Per ritrovare il significato profondo della grande settimana e gustarla in tutto il suo spessore i cristiani devono imparare a dedicarvi tempo. Non si entra in questa settimana eccezionale come si parte per il week-end! Ci vuole coraggio per sbarazzarsi di tutto il “vecchiume”, ciò che è abitudinario, le pose “inacidite”, i vecchi orizzonti, le solite occupazioni e preoccupazioni, le vecchie angosce… La vera domanda da porsi per il cristiano è: sono disposto a perdere del tempo per poterlo ritrovare come dono alla sorgente? Durante la grande settimana si lascia spazio alla sete interiore e a ciò che è urgente nell’ottica di Dio. Ma che cosa succede tra la domenica delle Palme e Pasqua? In quegli otto giorni si ripercorrono per sommi capi i grandi eventi che Cristo ha vissuto per portare a compimento il mistero della sua pasqua, per noi e con noi, attraverso la propria persona. Il mistero è unico. Possiede una sua coerenza essenziale: è il mistero del passaggio dalla morte alla vita. La grande settimana ripercorre questo mistero nei suoi diversi momenti. Ce li ricorda come si commemora l’anniversario dei grandi eventi storici che sono a fondamento di ciò che continuiamo a vivere nel presente. Per noi cristiani si tratta di compiere un passaggio, con Cristo e con la nostra umanità, verso Dio, il Padre. Sono gli avvenimenti che hanno segnato per sempre la storia dell’umanità e costituiscono l’oggetto e il fondamento della fede e della vita dei cristiani. Significativa ed eloquente è la riflessione del beato Paolo VI, nella catechesi del mercoledì 6 aprile 1966, quando afferma: “Se v’è liturgia, che dovrebbe trovarci tutti compresi, attenti, solleciti e uniti per una partecipazione quanto mai degna, pia e amorosa, questa è quella della grande settimana. Per una ragione chiara e profonda: il mistero pasquale, che trova nella Settimana Santa la sua più alta e commossa celebrazione, non è semplicemente un momento dell’anno liturgico; esso è la sorgente di tutte le altre celebrazioni dell’anno liturgico stesso, perché tutte si riferiscono al mistero della nostra redenzione, cioè al mistero pasquale”. Se il centro della fede cristiana è l’evento della passione, morte e risurrezione del Cristo, il fulcro dell’anno liturgico della Chiesa non può non essere il mistero di Cristo, celebrato nella grande Settimana Santa. Da esso derivano e ad esso convergono tutte le altre celebrazioni lungo il corso dell’anno, così come da esso promana la forza santificante e santificatrice di tutti i sacramenti e dei sacramentali. Non sono avvenimenti consegnati agli archivi della storia quelli che la Chiesa ci fa celebrare ogni anno nella Settimana Santa, né va considerato come un personaggio storico, sia pur straordinario, l’uomo di cui essi parlano. Non sono avvenimenti da ammirare, ma eventi da imitare e nei quali essere coinvolti, e Gesù non è un eroe da esaltare ma un “vivente” e “contemporaneo” da seguire. Per meglio vivere i riti della Settimana Santa, non basta, dunque, essere “ammiratori” di una storia, ma è necessario diventare “imitatori” di un evento, quello salvifico, che ha in Cristo, morto e risorto, il suo nucleo vitale. “Nella Settimana Santa la Chiesa celebra i misteri della salvezza portati a compimento da Cristo negli ultimi giorni della sua vita, a cominciare dal suo ingresso messianico in Gerusalemme” (Congregazione per il Culto Divino, Lettera circolare sulla preparazione e celebrazione delle feste pasquali [16.1.1988]). Nella comprensione della caratteristica propria di questa domenica che apre la Grande e Santa Settimana, ci è di aiuto quanto riportato dal Cærimoniale Episcoporum: «Nella Domenica delle palme “nella Passione del Signore” la Chiesa entra nel mistero del suo Signore crocifisso, sepolto e risorto, il qua-le, con l’ingresso in Gerusalemme, ha dato un presagio della sua maestà. I cristiani portano i rami in segno di quel regale trionfo che Cristo ha ottenuto, cadendo sotto la croce. Secondo quanto dice l’apostolo: “se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria”». Il racconto dell’ingresso di Cristo a Gerusalemme è presente in tutti e quattro i Vangeli, ma con alcune varianti: quelli di Matteo e Marco raccontano che la gente sventolava rami di alberi, o fronde prese dai campi, Luca non ne fa menzione mentre solo Giovanni parla di palme (Mt 21,1-9; Mc 11,1-10; Lc 19,30-38; Gv 12,12-16). “Può sembrarci tanto distante il modo di agire di Dio – dice il Papa –  che si è annientato per noi, mentre a noi pare difficile persino dimenticarci un poco di noi. Egli viene a salvarci; siamo chiamati a scegliere la sua via: la via del servizio, del dono, della dimenticanza di sé. Possiamo incamminarci su questa via soffermandoci in questi giorni a guardare il Crocifisso, è la “cattedra di Dio”. La chiesa celebra ogni anno i grandi misteri dell’umana redenzione dalla messa vespertina del giovedì nella cena del Signore, fino ai vespri della domenica di risurrezione. Questo spazio di tempo è chiamato giustamente il «triduo del crocifisso, del sepolto e del risorto»; ed anche «triduo pasquale» perché con la sua celebrazione è reso presente e si compie il mistero della pasqua, cioè il passaggio del Signore da questo mondo al Padre. Il triduo inizia con la celebrazione “In coena Domini”. Dobbiamo considerare Triduo Pasquale come un tutto unitario, in cui si celebra il Cristo morto (Venerdì santo), sepolto (Sabato santo) e risorto (Veglia pasquale). La distinzione dei tre momenti di questo misero è già presente nelle prime proclamazioni della salvezza operata da Cristo: «Vi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture» (1Cor 15,3-4). Pertanto, la liturgia di ciascuno dei giorni del Triduo, pur concentrando la sua attenzione su una delle fasi del mistero pasquale, mette sempre in evidenza la globalità e l’unicità del Mistero pasquale.

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