Il rapporto regionale dell’ASPAL rimanda una immagine del settore del lavoro in crisi, in Sardegna calo dell’84% nel settore alberghiero
di Annalisa Atzei
I numeri non sono mai stati esaustivi né riescono a delineare pienamente un fenomeno, ma ancora una volta, in questo tempo dai ritmi alterati dal rischio Coronavirus, si rivelano strumenti utili per analizzare il cambiamento del Paese. In particolare, restringendo l’analisi alla Sardegna, grazie alla condivisione da parte dell’Ufficio di Statistica della Regione e dell’ASPAL (Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro) di diversi report e tavole sull’impatto che la pandemia sta operando sui nostri territori, è possibile fare una lettura più completa e approfondita dello scenario attuale così da poter tracciare delle previsioni, in particolare per il mondo del lavoro. Per farlo è fondamentale partire da dove ci eravamo fermati, prima che il Covid-19 stravolgesse le nostre abitudini.
Quanti eravamo e cosa facevamo? L’ISTAT ci rimanda a una popolazione al 1° gennaio 2019 di 1.639.591 sardi con un indice di vecchiaia del 212% (il numero di anziani ogni 100 abitanti) che, abbinato al numero di 7,5 anziani per ogni bambino e a un tasso di natalità al 5,74% contro il dato nazionale del 7,28, insieme al tasso di mortalità regionale del 9,90 (più basso di quello nazionale pari a 10,48), rimandano chiaramente a una struttura isolana piuttosto in là con gli anni dal punto di vista demografico, con da una parte sempre meno nascite e dall’altra tanti anziani che vivono sempre più a lungo. Il quadro economico ci rimanda al 2018 per l’aggiornamento più recente, con un Pil prodotto in Sardegna di 3,5 miliardi di euro, in crescita del 2,4% rispetto all’anno precedente; 143.122 le imprese attive nel 2019 con un tasso di natalità del 6,5% che superava quello di mortalità fermo al 5,5%. Nota ancora dolente il mercato del lavoro, con un tasso di disoccupazione regionale nel 2019 al 14,7% contro il 10% nazionale, ma comunque in diminuzione rispetto al 2018 e con l’occupazione in crescita con 590 mila lavoratori, circa 8 mila in più rispetto al 2018. A preoccupare era in particolare la disoccupazione giovanile al 45% contro il 29,2% nel resto del Paese, e il numero di giovani NEET (21,8%) non impegnati attivamente nella ricerca di un lavoro né in percorsi di studio o formazione. Tra i settori in crescita e più redditizi quello del turismo: con oltre 5 mila esercizi ricettivi, l’isola ha registrato di anno in anno un progressivo aumento dei fatturati con oltre 3 milioni di arrivi nel 2018 (+5,9% regionale contro il +4% nazionale) e quasi 15 milioni di presenze (+5%) nelle strutture ricettive con una permanenza media di 4,6 giorni. Da queste ultime rilevazioni a oggi, purtroppo, lo scenario di riferimento è già cambiato a causa delle note misure di prevenzione necessarie per arginare il diffondersi del virus e, se sino a qualche mese fa si poteva ben sperare nella crescita dell’economia isolana, ora ogni previsione dovrà essere rivista alla luce dei nuovi dati.
L’ASPAL ha pubblicato un report, a sua volta aggiornato periodicamente, sull’evoluzione dell’epidemia di Covid-19 in Sardegna e sul suo impatto sul mercato del lavoro regionale. Come indicato si tratta di dati dinamici, quindi in continua evoluzione, ma che già offrono uno spaccato affidabile del trend generale del mercato del lavoro regionale. Leggendo il documento (aggiornato al 17 maggio scorso) il primo dato a emergere è quello relativo al numero di assunzioni dall’inizio della crisi (individuato nel 19 febbraio 2020) sino al 12 maggio 2020, rispetto a quello dell’anno precedente: 31.819 contro 78.392 del 2019 con un andamento settimanale delle assunzioni che segna un evidente crollo nella settimana in cui ha avuto inizio il lockdown su tutto il territorio nazionale determinando una grande divergenza rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La diminuzione più evidente in numeri assoluti, quantificabile in variazioni negative settimanali di svariate migliaia di unità di assunzioni in meno, assume valori particolarmente alti sia nelle settimane di aprile che in quelle di maggio, i mesi fondamentali per le assunzioni del comparto turistico. Evidenza confermata anche dai numeri per settore di attività economica: per alberghi e turisti si tratta di 20.854 unità in meno, circa l’84%, seguito da istruzione, per via del minor numero di contratti per le supplenze, attività artistiche, noleggio e servizi alle imprese e così a scalare tutti gli altri sino ad arrivare in fondo all’elenco con il settore manifatturiero e quello dei servizi domestici.
A livello di singoli Centri per l’Impiego (28 in tutto quelli dislocati sul territorio regionale) i più colpiti dalla riduzione di numero di assunzioni in termini assoluti sono stati quelli di Olbia, Cagliari, Sassari, Quartu Sant’Elena e Assemini, mentre in termini percentuali i Centri più coinvolti sembrano essere quelli a maggior vocazione turistica come Olbia, Siniscola, Muravera, Alghero e Lanusei. Nella nostra diocesi i Centri per l’impiego sono presenti nei comuni di Carbonia e Iglesias, passate rispettivamente da 2.727 e 1.238 assunzioni (nel periodo dal 19 febbraio al 12 maggio) dell’anno scorso a 1.130 e 606 di quest’anno con una riduzione del 59% per Carbonia e del 51% a Iglesias.

