Il lockdown ha messo a dura prova il comparto della moda in Sardegna che coinvolge 325 aziende e 763 addetti
di Annalisa Atzei
Come tutti i settori, anche quello della moda fa i conti con il fermo della produzione e i mancati guadagni per una collezione, quella primaverile, che perlopiù è rimasta invenduta nei magazzini. Anche per le imprese della moda sarda, come denunciato nei giorni scorsi da Confartigianato Imprese Sardegna, l’impatto della quarantena è stato pesante e ancora più dura si sta rivelando la ripartenza, tra crisi di liquidità, spese da affrontare e gestione della sicurezza aziendale. Atelier chiusi, sfilate annullate e le cerimonie rimandate sono solo alcuni dei fattori che hanno drasticamente ridotto e in alcuni casi azzerato i fatturati, ma come sottolinea Antonio Matzutzi, presidente di Confartigianato Sardegna, “la voglia di ricominciare dei nostri stilisti artigiani, di aprire i laboratori e ricominciare a creare è tanta, cosi come è tanta la volontà di mostrare l’eccellenza delle loro creazioni”. “Purtroppo, ci arrivano anche tante segnalazioni di imprese che stanno già facendo i conti con i mancati incassi di una stagione – continua Matzutzi – che temiamo non possa ripartire, causa l’azzeramento del fatturato relativo alla collezione primavera-estate e con l’annullamento di cerimonie ed eventi che pregiudicano le attività delle sartorie.” Prima che il coronavirus entrasse nelle nostre vite, il settore isolano dell’abbigliamento, tessuti, calzature e accessori poteva contare su 325 imprese, di cui 270 artigiane, quasi l’83% delle attività produttive del settore; sul fronte dei posti di lavoro, non va scordato che su un totale di 763 addetti, ben 553 provenivano dalle realtà artigiane. Buoni i riscontri anche dal mercato estero: nel 2019, i prodotti del “fashion sardo” hanno superato i confini nazionali per un valore di oltre 22 milioni di euro. Secondo una recente analisi a livello nazionale, se non si interverrà tempestivamente con l’abbassamento dei costi fiscali sulle maestranze, con l’incentivazione dei consumi e con la riduzione dell’imposta sul valore aggiunto per i prossimi 12 mesi, il 50% di queste attività rischia di chiudere definitivamente. La stessa Confartigianato ha rilevato un calo del fatturato a marzo del 50%, più accentuato rispetto al calo della produzione, con la conseguenza che in molti settori le imprese “hanno lavorato per il magazzino”, incrementando le scorte. Al momento della ripresa della domanda, dunque, i livelli di produzione non potranno salire con la stessa velocità, poiché le imprese soddisferanno le richieste iniziali di prodotto smaltendo le scorte accumulate in magazzino. Sempre dal monitoraggio di Confartigianato arrivano però anche segnali incoraggianti: molte delle imprese sarde della moda hanno sfruttato i due mesi lockdown per studiare, aggiornarsi, scambiarsi idee, usando le “comunità di settore”, ma anche progettare e implementare l’attività delle vendite on line e tenere il contatto con la propria clientela attraverso i webinar. “Tanti di loro si sono anche “reiventati” per sopravvivere per affrontare i mancati incassi, producendo mascherine e camici”, sottolinea Matzutzi. Le criticità ci sono, ma secondo Confartigianato Sardegna, è in questo contesto, così difficile, che le imprese stanno operando per continuare a lavorare, per garantire i posti di lavoro e gli stipendi ai dipendenti. Purtroppo “a questi fattori si aggiunge anche il problema psicologico – continua il Presidente – i consumi saranno più contenuti, perché le persone sono psicologicamente provate e refrattarie a spendere per acquistare capi fashion. Ricordiamoci che il fattore tempo, per un’impresa che sta annegando, è l’elemento determinante per la sua sopravvivenza”.

