Sulcis Iglesiente Oggi

Lavoro e anziani, allarme a Iglesias per Casa Serena

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Verso la chiusura della storica casa di riposo, intervista all’ex sindaco Pierluigi Carta che ricostruisce il complesso passaggio al Comune

di Giampaolo Atzei
foto di Efisio Vacca

“Nessuno vuole farsi carico di questa tragedia”. Nelle parole dei segretari territoriali delle sigle sindacali dei pensionati c’è tutto l’allarme e la dura denuncia per la situazione di Casa Serena, la casa di riposo di Iglesias affogata dai costi di gestione e per la quale il Comune ha deciso la chiusura. In una lettera inviata lunedì 29 giugno al sindaco Mauro Usai ed all’assessore regionale alla sanità, la vice segretaria SPI CGIL Rina Alba Fadda, i segretari territoriali FNP CISL Angelo Caria e UILP UIL Giusy Spezzina denunciano come la condizione di Casa Serena sia “arrivata ad una situazione drammatica per quanto riguarda il problema sociale degli ospiti della struttura e dei lavoratori che operano al suo interno. Il Comune di Iglesias afferma di non avere la possibilità di sostenere i costi di gestione, la RAS ha di fatto bloccato i finanziamenti annuali. In assenza di una valida alternativa nel territorio i sessanta ospiti si troverebbero senza nessun luogo idoneo di assistenza per trascorrere una serena vecchiaia”.

La segnalazione delle organizzazioni dei pensionati, che chiedono a Comune e Regione soluzioni immediate al problema degli anziani in città, si aggiunge alle numerose dichiarazioni di preoccupazione e agitazione. Dal 24 giugno le segreterie della funzione pubblica di CGIL, CISL e UIL hanno proclamato lo stato di agitazione del personale della Iglesias Servizi srl, la società in house del Comune cui è affidata la gestione della struttura. Ottanta buste paga sono a serio rischio, insieme alle incognite per il futuro di “circa 60 ospiti, dall’oggi al domani senza assistenza in una situazione di emergenza sanitaria, causa Covid 19, come quella che stiamo vivendo sarebbe oltremodo disastrosa in termini sanitari e sociali”. Poi, martedì pomeriggio la prima doccia fredda, arrivata in redazione proprio mentre si chiudeva quest’articolo: nove operatori del servizio di lavanderia hanno ricevuto la lettera di licenziamento.

I conti in rosso. Il Comune giace nell’oggettiva difficoltà di una situazione che ha ormai raggiunto la soglia critica, certificata dalla relazione dei revisori dei conti che hanno messo nero su bianco l’insostenibilità dei costi del servizio. Il sindaco Mauro Usai, in una nota diffusa ai primi di giugno, aveva chiarito che “a fronte di costi di gestione annui, che superano abbondantemente i 2 milioni e mezzo di euro, il Comune di Iglesias, come ogni anno, ha potuto coprire solo una parte degli oneri”, aggiungendo che “con il 90% dei costi ascrivibili al personale, e a fronte di entrate che arrivano a malapena a 500.000 euro è chiaro come sia fondamentale un contributo per salvaguardare le persone anziane ospitate nella struttura e per tutelare i livelli occupazionali”. Ora, il contributo sperato e atteso dalla Regione, a differenza dell’anno scorso stavolta non è invece arrivato e Usai si è appellato sino al prefetto di Cagliari perché si possa trovare una soluzione di emergenza, per i 55 anziani ospiti della struttura (che rischiano di essere trasferiti in analoghe strutture del circondario) e per gli 80 lavoratori che operano al loro servizio.

L’incompiuta del “Margherita di Savoia”. Ad aggravare ulteriormente la situazione si aggiunge il mancato completamento dell’altro istituto cittadino dedicato agli anziani: la casa di riposo “Margherita di Savoia”, un pezzo di storia di Iglesias. Fondata nel primo Novecento, un’origine tutta nella regale titolazione alla regina consorte di Umberto I, la casa di riposo fu trasferita quasi venticinque anni fa dalla sede viale Asproni in un piano di Casa Serena. Doveva essere un trasferimento provvisorio, giusto pochi anni, il tanto necessario per permettere l’adeguamento di una struttura vecchia e bisognosa di restauri. Da allora ad oggi però molte amministrazioni si sono succedute, tanti cantieri sono stati aperti e poi chiusi, le suore vincenziane che un tempo la gestivano hanno lasciato da anni la città, facendo del Margherita di Savoia l’ennesima scandalosa incompiuta. Rimane l’ultimo annuncio dell’amministrazione comunale, risalente alle scorse settimane, quando Usai ha annunciato che “si è riusciti a procedere al collaudo della struttura”, cosa che dovrebbe permettere “di appaltare i lavori di completamento dell’opera, per i quali, nel bilancio comunale sono state assegnate risorse per 150.000 euro”. In ogni caso, confidando che questa possa essere davvero la volta buona per riaprire la struttura di viale Asproni, l’emergenza di Casa Serena necessita di soluzioni ben più immediate.

Le reazioni. La questione è stata inoltre oggetto di una interrogazione in Consiglio regionale da parte di Carla Cuccu (M5S) che ha reclamato un intervento diretto della Regione, auspicando “la riqualificazione della struttura, che potrebbe diventare – come negli anni ottanta – un polmone verde della città, luogo di incontro tra le diverse generazioni” nonché una struttura con fini turistici per “ospiti paganti che si rechino ad Iglesias per le vacanze al mare, al lago o per effettuare escursioni nella foresta o percorsi naturalistici”. Don Giorgio Fois, cappellano di Casa Serena e parroco di San Pio X, auspica infine che si possa “lavorare per la soluzione migliore, una responsabilità che spetta alla politica”, per il bene degli ospiti e dei lavoratori oggi impiegati, esprimendo la propria solidarietà ai lavoratori che hanno già ricevuto la lettera di licenziamento.


Letta in controluce, al netto di tutte le polemiche, la vicenda di Casa Serena racconta la condizione più generale degli anziani nel nostro territorio. Stritolati nel loro vivere dalla burocrazia e dalla difficoltà – per non dire dall’incapacità, visti i risultati – della politica di trovare una soluzione ad un problema che si trascina da decenni, i nostri nonni appaiono sempre più un peso per una società che si fonda invece sulla loro presenza. Senza le pensioni di tanti anziani, intere famiglie sarebbero ingoiate da una crisi che la pandemia ha ulteriormente aggravato. Addirittura, c’è chi ha scelto di vivere in una casa di riposo rinunciando alla propria abitazione a favore dei figli disoccupati; altri, meno fortunati, non hanno avuto scelta diversa per mancanza di mezzi e solitudine. In tutto ciò, rimane però la figura dell’anziano che alle spalle si lascia una società sempre più vecchia e più sola: una comunità distratta nei confronti dei “vecchi” è però una comunità che si tappa gli occhi, non riconoscendo come quella attuale sia solo una proiezione del proprio presente nel futuro.

Dall’ONPI al Comune. Casa Serena di Iglesias è figlia del benessere dell’Italia che seppe rinascere dalla guerra. Fu costruita nei primi anni sessanta dall’ONPI (Opera Nazionale per i Pensionati d’Italia), ente che nel 1948 rimpiazzò le istituzioni fasciste per le case di riposo. Negli anni seguenti arrivò a contare 37 case di riposo presenti su tutto il territorio nazionale, tutte chiamate “Casa Serena” e caratterizzate dalla qualità delle costruzioni e delle gestioni, nonché da vari vantaggi assistenziali per i pensionati ospiti, come i benefici scolastici per i familiari. Gestioni pubbliche generose e finanziariamente allegre, largamente in carico allo Stato, portarono alla soppressione dell’ONPI come ente inutile sul finire degli anni settanta.

La casa di Iglesias, oggi in corso Colombo dove è stata raggiunta dall’urbanizzazione della città, era allora praticamente in campagna, sulla strada per Villamassargia. C’è ancora chi ricorda i numerosi pensionati “continentali” che vi soggiornavano durante l’inverno e che strinsero numerose amicizie sul posto, in fuga dai rigidi inverni del Nord Italia. Era un’altra città, con le miniere aperte, un benessere ancora diffuso: Iglesias era baricentrica nei servizi per tutto il sud-ovest della Sardegna.

Negli anni seguenti sono arrivati momenti più difficili, la suddetta chiusura dell’ONPI, il passaggio alla Regione e poi la gestione del Comune. Il parco di Casa Serena ha continuato tuttavia ad essere uno spazio ammirato per la sua cura: un prato verde e disegnato da colorati fiori che hanno fatto da set per gli album di nozze di tante coppie iglesienti.

Un passaggio cruciale. Un luogo così iconico per la città non poteva non segnare un altro passaggio cruciale per Iglesias. Nei primi anni novanta la Tangentopoli cittadina esplose sulle forniture gonfiate per la casa di riposo, fu un caso nazionale che cambiò il profilo politico e sociale di una comunità travolta dalla crisi per la chiusura definitiva delle miniere. Infine, un momento più recente, che ci conduce ai giorni d’oggi: il completamento del passaggio dalla Regione al Comune, compiutosi nel primo decennio del 2000, al tempo dell’amministrazione guidata da Pierluigi Carta. Si tratta di un passaggio importante, anche perché molte delle criticità emerse all’epoca erano in realtà già croniche e, a distanza di oltre dieci anni da quel momento, la città si porta paradossalmente ancora appresso parte degli stessi nodi irrisolti. Un fardello politico e amministrativo sempre più pesante, figlio di scelte politiche discontinue e contradditorie che hanno alla fine condotto allo stallo attuale.


 

Di questo passaggio storico, con uno sguardo rivolto al futuro, ne abbiamo parlato proprio con Pierluigi Carta, sindaco di Iglesias dal 2005 al 2010, che ringraziamo per avere accolto il nostro invito a questa testimonianza.

Negli anni della sua amministrazione la Regione trasferì ai Comuni alcune case di riposo, tra cui Casa Serena. Cosa condusse a questo passaggio? 

La casa di riposo era già in gestione comunale da anni. Più precisamente si completava un ciclo normativo iniziato negli anni ‘70 e che aveva previsto che gli IPAB locali (Istituti Per l’Assistenza e Beneficienza), istituiti nel 1890, venissero estinti e trasferiti in capo ai Comuni. Dal 2003 la riforma nazionale trasferì tutte le competenze alle regioni. La Sardegna, con legge regionale n. 23/2005, dispose definitivamente che le IPAB aventi i requisiti (e Casa Serena, ex ONPI, non era tra questi) dovessero essere trasformati in “aziende pubbliche di servizio alla persona” oppure in associazioni o fondazioni di diritto privato. In alternativa, ove non possibile, occorreva estinguerle e trasferirle ai Comuni. Così ereditammo definitivamente Casa Serena con circa 200 ospiti, dei quali poco meno della metà erano in capo ad un altro IPAB cittadino, il “Margherita di Savoia”, che aveva trasferito lì i propri ospiti fin dal 1996. Le due gestioni erano separate anche se convivevano all’interno della stessa struttura, una gestita dal Comune con i dipendenti regionali superstiti e l’altra sempre da Comune ma avvalendosi delle suore vincenziane. Entrambe le strutture impiegavano anche dipendenti comunali trimestrali, L.S.U. senza contratto e dipendenti di società di servizi in appalto che si alternavano con le comprensibili ricadute negative sia dal punto di vista della catena di comando del servizio che da quello delle relazioni umane, così che spesso capitava che gli anziani perdessero le persone che le accudivano e alle quali, comprensibilmente, si erano affezionati. La Regione inoltre reclamava un credito di 3.800.000 euro per costi del personale perché, come già detto, una parte di questo, sempre più anziano, era ancora in capo alla RAS fin dal 1978, anno in cui l’ONPI venne soppresso a livello nazionale. Lo stabile era fatiscente con problematiche strutturali e impiantistiche che drenavano enormi risorse pubbliche senza mai risolvere i disagi. Lo stabile del Margherita di Savoia era già in ristrutturazione da ormai un decennio e non c’erano risorse per completarlo. Si decise così di affrontare il problema in maniera organica con un programma di riorganizzazione finanziaria, della macchina comunale e dei servizi che mettesse ordine a tutto il settore offrendo servizi migliori e stabilizzando i lavoratori. Inoltre occorreva ristabilire un giusto rapporto tra i servizi offerti e la contribuzione degli ospiti perché, inspiegabilmente, gli ospiti contribuivano con un massimo di 600 euro di retta mensile anche se titolari di pensioni ben più generose o se mandati dai servizi sociali di un altro Comune.

Come passò Casa Serena al Comune?

Prima di tutto, si doveva acquisire l’immobile di Casa Serena in cambio della cancellazione del debito nei confronti della Regione, poi adottare un nuovo regolamento che prevedesse una contribuzione progressiva da parte degli ospiti e totale da parte degli altri Comuni, si pensi che solo il Comune di Carbonia aveva ricoverato presso Casa Serena una trentina di ospiti per i quali versava 600 euro a testa a fronte di costi per circa 2.000 euro/mese in capo alle casse comunali di Iglesias (nel frattempo il costo ad anziano è salito, già dal 2016, a circa 4.000 euro/mese). Toccava inoltre finanziare il completamento del Margherita di Savoia così da destinarlo a unica casa di riposo comunale per un massimo di 100 ospiti, ridurre gli ospiti di Casa Serena da 200 a 100 (cosa che avvenne in maniera quasi automatica con la riforma delle rette perché gli ospiti con maggiore reddito e i comuni trovarono più conveniente il “ritorno a casa” o il ricovero nelle RSA del territorio), creare una società “in house” che gestisse tutti i servizi comunali al fine di stabilizzare i lavoratori, migliorare la qualità dei servizi e programmare i costi su base decennale.

Visto come poi è finita, potevate fare una scelta diversa?

C’è sempre un’alternativa possibile. Nel nostro caso si sarebbe potuto chiudere tutto trasferendo gli ospiti in strutture private e non stabilizzando il personale precario. Abbiamo preferito tutelare gli uni e gli altri. Questi servizi hanno un costo alto e necessitano una gestione oculata. Non è un caso che solo le grandi città abbiano ancora strutture di ricovero comunali. Iglesias è l’unica eccezione in tal senso. Non dimentichiamo anche che i Comuni assistono gli anziani in tanti altri modi e che i servizi sociali impegnano, da soli, circa un terzo delle spese correnti del Comune di Iglesias.

Intanto, Casa Serena sta chiudendo e il Margherita di Savoia non è ancora pronto. Cosa non ha funzionato?

Queste strutture sono nate con costi a carico di terzi. Infatti entrambe avevano un consiglio di amministrazione indipendente dal Comune. Per anni si è andati avanti grazie a importanti trasferimenti da parte della Regione e dello Stato che via via sono stati eliminati con l’avvento delle leggi sul contenimento della spesa pubblica. Al termine del nostro mandato i debiti in capo a Casa Serena erano estinti nonostante che la struttura avesse comunque assorbito notevoli risorse per la manutenzione. Gli ospiti erano ormai poco meno di cento e la gestione delle case di riposo era finalmente in capo al Comune mediante la società “Iglesias Servizi”. Il Margherita di Savoia era ormai completamente ristrutturato mediante fondi comunali e un nuovo mutuo di 1.600.000 euro. Chi subentrò bloccò i lavori introducendo varianti che riaprirono i cantieri e le progettazioni modificando i termini precedentemente autorizzati dai Vigili del Fuoco. Come nel caso di altre opere pubbliche avviate in quegli anni e sospese dal commissariamento e dai cambi di amministrazioni, si andò incontro a contenziosi e blocchi dei cantieri. Si pensi che nella continua verifica di conformità sono stati sostituiti impianti nuovi di zecca solo perché, nel frattempo, sono stati esclusi dalle nuove normative.

Casa Serena è un grande problema ma anche una grande opportunità, un immobile importante con un parco urbano che può prestarsi ad una riconversione.

La Casa Serena è il simbolo della nostra società del dopoguerra. Negli anni ’60 e ’70 era nel suo pieno splendore anche perché finanziata direttamente dalle pensioni di tutti gli italiani attraverso la trattenuta ex ONPI che credo esista ancora oggi nel cedolino INPS, nonostante l’Ente sia stato soppresso nel 1978. Negli anni ’80 conobbe le ruberie e gli scandali di cui tutti abbiamo memoria, successivamente conobbe l’abbandono e le ristrettezze economiche che si abbatterono su tutti i settori della vita pubblica, dalla sanità alla scuola ai servizi. E venne avvelenata dalla degenerazione della politica che soffia sul fuoco dei bisogni e delle paure dei più deboli, siano essi anziani, poveri o lavoratori precari. Oggi dobbiamo pensare alle persone più che ai muri. La struttura è ormai datata e anacronistica nella distribuzione di spazi e servizi. Il Margherita di Savoia resta la soluzione migliore se verrà completato con decisione, senza trasformarlo in strumento di differenziazione politica e di campagna elettorale. Per lo stabile di Casa Serena pensavamo a una struttura che potesse ospitare servizi di rilevanza territoriale: uffici regionali in primis con ARGEA, LAORE, Corpo Forestale e FORESTAS che avrebbe potuto far rifiorire, attraverso opere di manutenzione, il suo parco urbano. Un servizio per la Città e per il territorio.

Iglesias vive un profondo inverno demografico che sta cambiando il profilo sociale della nostra comunità. Una valutazione da ex amministratore pubblico e cittadino impegnato nel sociale.

Ormai, in tutta Italia, assistiamo da anni a un saldo demografico negativo. Nel 2019 le morti hanno superato le nascite di circa 250.000 unità. Il saldo migratorio si mantiene positivo di circa 140.000 unità grazie all’apporto degli extracomunitari altrimenti sarebbe negativo visto che tanti nostri giovani (e purtroppo anche i miei due figli) vanno a lavorare in altre nazioni. Ciò che ci resta è una società sempre più anziana e bisognosa di attenzione perché comunque la vita media si allunga e con essa aumentano anche le richieste di assistenza specializzata. Così la politica è chiamata a dare risposte serie a un problema che riguarda le necessità dei cittadini ma anche le ristrettezze di bilancio entro cui i Comuni devono manovrare. Occorre un nuovo patto generazionale che distribuisca oneri e risorse al di fuori delle suggestioni ideologiche e demagogiche totalmente avulse dalla realtà sociale e normativa del nostro Paese.

 

 

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