
Dibattito aperto a Iglesias sulle annunciate nuove restrizioni al traffico nel centro storico: riflessioni su comunità, turismo e scenari futuri
di Giampaolo Atzei
Da quando sono apparsi i varchi elettronici per il controllo degli accessi delle auto, la Ztl è diventata uno degli argomenti più dibattuti e discussi a Iglesias, nei social, nelle strade, nelle prime vivaci assemblee che si sono tenute tra amministratori comunali, commercianti e residenti; un nuovo incontro è stato previsto per martedì 23 luglio, si tiene mentre questo numero viene chiuso e inviato in tipografia.
Da quest’ufficio, che si affaccia tra le zone gialla e rossa, proviamo a offrire un ulteriore contributo al dibattito sulla zona a traffico limitato di Iglesias partendo da una riflessione obbligata sul centro storico e la sua identità. Stiamo parlando dell’antica città murata, una porzione dell’Iglesias di oggi che è perfettamente racchiusa dal suo perimetro fortificato, sette secoli di storia ancora testimoniato dalle antiche mura sotto il colle del Buon Cammino. Stiamo parlando di quella che fu Villa di Chiesa, la città delle chiese, appena un quartiere della Iglesias d’oggi, dove sino a qualche decennio fa era concentrata una buona parte della popolazione e vi erano presenti importanti servizi cittadini, il municipio, storiche attività commerciali, scuole elementari e superiori, le Poste. Poi è cominciato il trasferimento di numerosi nuclei familiari verso l’edilizia popolare delle periferie, il Comune e le Poste hanno spostato le principali attività in altre zone cittadine, le scuole – complici la vetustà degli edifici e il calo demografico – hanno abbandonato il centro. Rimane un grande patrimonio immobiliare, in parte abbandonato, in minor parte abitato, sensibilmente riconvertito ora in seconde case e appartamenti per vacanze, spesso in mano a società non locali, che acquistano per pochi soldi vecchi edifici da ristrutturare e poi mettere a reddito. Pochi i negozi, molte le attività di ristorazione, residuali le attività culturali, l’unico museo regolarmente aperto e non su richiesta è quello diocesano, il teatro Electra non è mai diventato quel volano del centro che ci s’immaginava vent’anni fa.
Questo è il centro storico di Iglesias, non diverso nel suo destino da quello di tante altre città italiane che vedono le aree storiche talvolta trasformarsi in zone elitarie, esclusive, per redditi alti, ma molto più spesso deprezzarsi, svuotarsi, per diventare grandi alberghi diffusi, in qualche modo destinate a una nuova vocazione turistica, di fruizione passeggera, non più residenziale come un tempo, dove anche la piazza principale da elegante salotto si trasforma in arena per spettacoli e sagre. È uno dei prezzi che si chiede di pagare per una scelta turistica che rischia di essere l’unica scelta, un prezzo caro che già in alcune pregiate città italiane – e in altre realtà europee come la Spagna, che in qualche modo rappresenta la futuribile proiezione della nostra embrionale esperienza turistica – si sta trasformando in un freno, se non proprio nel rifiuto, della monocultura del turismo e del consumismo estivo.
Ciò nonostante, il centro storico di Iglesias rimane ancora un corpo vivo, con ancora parecchi residenti anche se perlopiù anziani, con i problemi che si accompagnano alla terza e alla quarta età. Ci ripetiamo che il centro storico è il cuore di Iglesias ma se davvero lo è, in molti, a partire dai residenti, si chiedono il perché di norme nuove per una Ztl che sembrano frenare il pulsare di quel cuore, invece che aiutarlo, come magari si dovrebbe fare con un cuore vecchio e malato. Sono ormai più di tre lustri che la Ztl varata dal sindaco Carta è operativa ed è nell’opinione condivisa che qualcosa andasse rivisto, per inevitabile aggiornamento, per fronteggiare la reiterata abitudine di molti alla trasgressione delle norme, per rispetto di chi insiste nel vivere in un centro storico da cui tutto sembra cacciarti.
C’è però da riflettere su quanto sia utile la stretta che si vorrebbe introdurre con disposizioni quali la restrizione ai soli residenti della mobilità interna al centro storico, la cosiddetta zona gialla, nelle complessive 24 ore. Se il centro storico è il cuore di Iglesias, allora perché ora impedire il transito, senza permettere la sosta, in alcune ore al mattino e alla sera, come prevedono le norme attuali? Se gli amministratori comunali, come hanno affermato in assemblea, tengono presenti le esigenze di ristoratori e commercianti, perché non pensare alla città che vive la città, a tutti gli iglesienti, non solo ai residenti, alle tante persone – spesso anziane, con qualche problema di salute – che ogni giorno, spesso accompagnati da un familiare, raggiungono i servizi, i negozi, le chiese del centro per una messa o una semplice preghiera. Pensando alla condizione dell’ufficio da cui scriviamo, è difficile non osservare il disagio di quanti dovranno rinunciare a raggiungere il santuario della Madonna della Grazie (costruito nel punto più alto del centro storico, chiuso nella zona gialla), la Caritas o lo sportello del Volontariato Vincenziano in via della Decima. Per certe persone anche solo pochi metri a piedi sono una distanza incolmabile, davvero la vita non si misura su Google Maps.
Non vorremmo che anche nella nostra città fosse cresciuto quel senso di rassegnazione che accompagna il darwinismo sociale che condanna i deboli, la “cultura dello scarto” che ci ricorda Papa Francesco. Ecco perché è importante una riflessione su cosa sia davvero – e ancora – il centro storico per Iglesias, una riflessione pubblica e sociale ancora più urgente mentre la città si avvicina al nuovo piano urbanistico e che chiama in causa tutta la cittadinanza, le parti sociali, le categorie produttive, il mondo della cultura. Se il cuore di Iglesias viene soffocato, che sangue scorrerà nell’intero corpo della comunità? Chi è davvero beneficiato da una chiusura rigida della città delle chiese, dall’ennesima frontiera che siamo riusciti a creare tra le nostre semplici case? Un nuovo muro, in fin dei conti, racconta la storia di un nuovo egoismo.
Questa come altre istanze potrebbero emergere in un confronto e un dialogo che ancora si può costruire, nella volontà di ascoltarsi realmente e costruttivamente. Purtroppo però, ci rendiamo conto di come la pandemia che ci siamo lasciati alle spalle abbia cambiato anche l’approccio al dialogo. Ognuno, come se ancora fossimo nella trincea del novax e del lockdown, si arrocca sulle proprie posizioni e la politica – dal livello più basso a quello più alto, non mancano i cattivi esempi – conserva il tono dispositorio, da sceriffo, che le restrizioni del Covid hanno inoculato, il virus peggiore e per il quale si cerca ancora un vaccino. Ma la ricerca fa passi da gigante, come la speranza, che non manca mai quando vince l’ascolto reciproco e l’interesse per il bene comune.
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Pubblicato su “Sulcis Iglesiente Oggi”, numero 28 del 28 luglio 2024