“Non c’è un mare al mondo”, insieme per don Ignazio Garau

Questo slideshow richiede JavaScript.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Nel ricordo del sacerdote scomparso nel 1993, i suoi “giovani” si sono ritrovati a Carloforte

Nicolo Capriata

Mia unica preoccupazione è di essere fedele alla coscienza perché è l’unico modo di essere libero, anche se è duro, a volte molto duro, restare in piedi soprattutto quando si tratta di aver paura di denunciare le ingiustizie e le falsità, di dar da mangiare a chi non ha, di ascoltare per ore i problemi degli altri”. Questa è una frase di don Ignazio Garau. E questo in estrema sintesi era don Ignazio Garau da Ussaramanna, un sacerdote che ha vissuto con un’adesione totale al Vangelo. “…spero solo di arrivare ad essere quello che tu pensi di me e cioè un testimone autentico del Vangelo…” e come predica il Vangelo ha vissuto per i poveri e per gli umili “…mi sento chiamato a convivere con i poveri, ad essere uno di loro, a costruire comunità, a lottare per la giustizia, però non solo con il cervello, ma soprattutto con il cuore, perché sento che il Vangelo passa soprattutto attraverso il cuore…”. Queste frasi estrapolate qua e là dalle lettere ai familiari e agli amici, dagli articoli di giornale che fanno intravedere il pensiero e l’animo dell’uomo e del sacerdote, trovano una rispondenza totale nel suo operato. Perché don Ignazio è stato un prete che ha donato tutto se stesso agli altri.
La sua genuina e “santa” figura è stata ricordata venerdì sera nel corso di un incontro, “Don Ignazio Garau un uomo, un sacerdote, un fratello” organizzato dall’Associazione Culturale saphyrina, ma soprattutto dai suoi tanti, tantissimi “giovani” che ha incontrato a Carloforte e che a distanza di quasi cinquant’anni ancora ne parlano con commozione, trasporto e nostalgia. Tanto che appena si è diffusa la notizia di questa sorta di piccolo simposio c’è stato chi è ritornato a Carloforte dopo tanto tempo per parlare di lui. “A ventisei anni dalla sua scomparsa – ha detto Salvatore Volpe “uno dei suoi giovani” introducendo la serata – vogliamo ricordare questa figura di sacerdote e di amico, non soltanto per il grande affetto che abbiamo nutrito e nutriamo per lui, ma anche per i suoi messaggi d’amore e di fede che sono sempre vivi e continuano ad interrogarci”.
Don Ignazio Garau giunse nella cittadina isolana appena ventiquattrenne alla fine del 1968 subito dopo l’ordinazione sacerdotale. Si era nel pieno della contestazione giovanile e il giovane sacerdote non certo conservatore, anzi piuttosto innovatore e anticonformista, riuscì a raggruppare i giovani e ad organizzarli in diverse iniziative. “In tutte queste attività – ha ricordato Luigi Ventura “un altro dei suoi giovani” – fu fondamentale il lavoro di don Ignazio che con la sua tenacia, intraprendenza, umiltà contribuì al raggiungimento di risultati eccellenti. Don Ignazio era l’animatore, ma non si poneva mai in primo piano: incoraggiava, stimolava, suggeriva, controllava, ma lasciava l’attività nelle mani dei suoi collaboratori e non si metteva mai in posizione preminente”. Le iniziative erano tante e diverse, si estendevano dalle attività sportive ai campeggi estivi includendo anche varie attività di tipo culturale tra le quali la realizzazione di “Io, tu, noi” un giornalino ciclostilato che fece epoca per i temi trattati e per i dibattiti che suscitò anche pubblici e non solo tra i giovani e fu anche stimolo e punto di partenza per altre iniziative culturali, tra le quali si annovera la fondazione di un gruppo teatrale. Dell’esperienza di queste attività ne hanno parlato i suoi collaboratori di allora. Cesare Alimonda ricordando i momenti del campeggio e dell’azione scoutistica ha sottolineato che “il suo modo di vivere era un esempio, anche nelle piccole cose quotidiane”. “Sono tanti gli episodi che ho vissuto personalmente nei quali l’ho visto aiutare, mettendoci del suo, con discrezione, tante persone bisognose” ha incalzato Nicolo Luxoro. Naturalmente non è mancato il discorso sul gruppo teatrale tuttora in attività e che ora porta il suo nome a fianco a quello dell’altro fondatore il compianto Linetto Leone, che è stato per Mario Curcio “un momento di aggregazione ma soprattutto di crescita e formazione” Nella serata è intervenuto anche don Daniele Agus che l’ebbe come viceparroco, soffermandosi (positivamente) su una lettera, “La Chiesa che vorrei”, dai toni critici che allora non passò inosservata, che don Ignazio aveva inviato in occasione del trecentesimo anniversario della cattedrale di Ales nella quale si auspicava “… una Chiesa che camminasse insieme alla gente, più lontana dal centro e più vicina alla periferia; che accendesse il fuoco nelle famiglie dei disoccupati, delle persone sole, di coloro che non contano niente; e non soltanto in occasione della benedizione delle case…” Don Ignazio era anche un prete dalle idee e dalle scelte chiare e coraggiose. Lasciò Carloforte nonostante il tanto bene che aveva costruito, i tanti legami di affetto e amicizia con i giovani, e se ne andò neanche trentenne missionario in Cile. Fu destinato a Curanilahue, un borgo di minatori e di umile gente, a sud di Santiago. Quando vi giunse, Pinochet aveva da pochi mesi compiuto il suo golpe. Furono anni difficili, fu ostacolato e perseguitato dalla DINA, la polizia segreta del regime, ma riuscì ugualmente, impegnandosi indefessamente a ogni ora del giorno, a salvare tanti giovani dalla miseria, dalla droga e dall’alcolismo. Ritornò in Italia dopo undici anni, quando sorsero le prime avvisaglie di un male inarrestabile. “Passò” due anni a Mogoro, e poi a Las Plassas, dove manco a dirlo stuoli di giovani hanno ancora oggi vivo il suo ricordo e il suo insegnamento. Volle ritornare in Cile, andò a Hualquì ma la sua missione durò meno di due anni. Fu costretto a ritornare in Italia dove morì nel 1993 a soli 49 anni, lasciando un grande ricordo di sé e della sua missione. A Curanilhaue gli hanno intitolato un via e un centro per il recupero dei giovani disagiati. A Hualquì gli hanno dedicato un centro che accoglie i figli delle ragazze madri. A Arauco, dove non ha mai vissuto, la scuola elementare porta il suo nome. A Carloforte il Comune gli ha dedicato una via e a Mogoro un’associazione di solidarietà è a lui intitolata. Nonostante tanta commossa partecipazione i “suoi giovani” hanno voluto concludere la serata in allegria intonando tutti in coro “Non c’è un mare al mondo” una canzone che don Ignazio aveva scritto e musicato e cantato assieme a loro in tanti momenti di aggregazione. “Chi non vive per servire non serve per vivere” era il suo motto. La serata in suo onore ha fatto capire che non era solo il suo pensiero, ma è stato la sua vita.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: