Sider Alloys, continua l’attesa

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Ennesimo nulla di fatto dopo l’incontro a Roma tra parti sociali, azienda, Governo e Regione

Manolo Mureddu

Rabbia, preoccupazione, angoscia e un forte senso di delusione; sono i sentimenti che hanno avvolto gli oltre 100 lavoratori del Sulcis Iglesiente che il 9 maggio scorso sono giunti a Roma per manifestare, dopo un estenuante viaggio in pullman e in nave, a sostegno dei propri rappresentanti sindacali che nell’occasione hanno incontrato il Governo nazionale, la Regione Sardegna e la società Sider Alloys per discutere del futuro dello stabilimento ex Alcoa di Portovesme.
Ancora una volta l’ennesimo vertice si è risolto con un nulla di fatto, soprattutto per quanto riguarda l’annoso problema dell’energia che fu la principale causa della chiusura dello stabilimento nel dicembre 2012. Nell’incontro sì è fatto un passo in avanti sul versante aziendale con la presentazione, sebbene con un anno di ritardo, del Piano Industriale per il revamping della fabbrica. Ma nessuno sul fronte energetico indispensabile per rendere conveniente produrre alluminio, in virtù del fatto che l’incidenza dei costi dell’energia su quelli vivi generali di tale specifica produzione è del 40-45%. Un’incidenza decisiva per ogni investitore: perché differenza delle altre nazioni dove sono presenti sistemi di produzione energetica basati sul nucleare, in Italia i costi di partenza dell’energia sono molto elevati. In passato i governi italiani sovvenzionavano, al pari di ciò che accade in altri Stati nel mondo, questo genere di produzioni riequilibrando le tariffe energetiche. Questo finché l’UE nel 2009-2010 decise di intervenire e sanzionare l’Italia e di riflesso il vecchio proprietario dello Smelter, la multinazionale Alcoa (che anche per questo chiuse i battenti), con una multa di 300 milioni di euro per aiuti di Stato.
Successivamente alla chiusura della fabbrica i governi che si sono alternati hanno tentato più volte (senza riuscirci) di dirimere strutturalmente la questione, allo scopo di rendere competitivo produrre alluminio nel Paese, fino all’anno scorso quando lo stabilimento venne ceduto all’attuale proprietà, la multinazionale Sider Alloys, che pose come condizione minima per acquisire lo stabilimento quella di usufruire di una tariffa energetica di 25 euro per MWh. E per la prima volta, effettivamente, sembrava che questo obbiettivo potesse essere centrato con il mix di strumenti messi a disposizione dall’allora ministro Calenda per l’abbattimento dei costi. Tant’è che l’annuncio della cessione dello smelter fu effettuato in mezzo a un tripudio di applausi e alla sua presenza di fronte ai cancelli. Dopo anni di dure manifestazioni, privazioni e difficoltà economiche, da parte dei lavoratori, finalmente l’agognato risultato sembrava raggiunto.
Invece, dopo poco più di un anno da quel giorno, cambiato il governo, c’è stato un brusco risveglio: le tariffe promesse sono svanite. E in conseguenza a ciò si è incagliato l’iter per il riavvio della fabbrica. Effettivamente l’anno scorso esse avevano il valore economico promesso e preteso dall’investitore. Ma oggi, complice l’aumento delle materie prime e il costo di partenza dell’energia, sono risultate molto più elevate rispetto a quelle ritenute il minimo sindacale per avviare una produzione di questo tipo in termini competitivi.
L’impressione generale è che, dopo il pressappochismo dimostrato dal vecchio esecutivo che scelse di cedere lo stabilimento a un soggetto-investitore che nemmeno aveva pronto il Piano Industriale (col quale sarebbe apparso da subito chiaro che un prezzo dell’energia instabile nel tempo avrebbe rappresentato un elemento di diseconomia), l’attuale governo, palesemente in ritardo ed evidentemente inesperto su questa materia, abbia le idee ancora confuse su come riconoscere alla multinazionale Sider Alloys gli strumenti – costi dell’energia riequilibrati – indispensabili per concorrere alla pari con gli altri players nel mercato dell’alluminio.
Con l’auspicio che queste impressioni possano essere presto smentite, l’attenzione di tutti gli attori coinvolti nella vicenda è ora orientata al prossimo 16 giugno quando si dovrebbe tenere il nuovo vertice nel quale si spera che tutti i nodi irrisolti possano essere finalmente dipanati nell’interesse collettivo.
Nel contempo, a 2555 giorni di distanza al fatidico giorno in cui chiuse la fabbrica, la stragrande maggioranza degli ex lavoratori sopravvive unicamente grazie all’ammortizzatore sociale che quest’anno, a causa degli interminabili iter burocratici, da cinque mesi non viene nemmeno erogato.

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