Dopo il voto. Stelle cadenti e Quattro Mori al vento

Regionali 2019. Il centrodestra conquista la Regione con il sardista Christian Solinas, fallisce la tentata rimonta di Zedda, crolla il M5S

di Giampaolo Atzei

Trent’anni dopo la giunta di Mario Melis, un sardista torna alla presidenza della Regione. L’impresa è stata di Christian Solinas, 42 anni, senatore e segretario dei quattro mori, protagonista della vittoria del centrodestra nelle Regionali di domenica 24 febbraio. La sua è stata una vittoria netta, con il 47,81%, ben 14 punti di scarto sul 32,93% dello sfidante Massimo Zedda, il sindaco di Cagliari che ha galvanizzato il centrosinistra ma non è riuscito nel miracolo di mantenere la sua parte politica al governo dell’Isola.
Domenica notte, al chiudersi delle votazioni, gli exit poll della Rai disegnavano uno scenario di forte incertezza, con un testa a testa tra Solinas e Zedda, mentre Desogus del M5S seguiva da lontano, almeno con l’illusione che i pentastellati fossero il primo partito nella regione. L’indomani, la verità che lentamente emergeva dai conteggi – lunghi ed estenuanti, con risultati consolidati solo nella tarda sera di lunedì – inchiodava il M5S ad un’amarissima sconfitta, con il crollo dal 42% delle politiche del 2018 ad un misero 9,72% di lista, appena cresciuto all’11,18% nel voto per il presidente. Egualmente, anche nel confronto tra destra e sinistra, la vittoria di Solinas non è mai apparsa in discussione, con margini larghissimi in quasi tutta la Sardegna ad eccezione di Nuoro e Cagliari. Magari, proprio dal capoluogo arrivava la delusione più grande, una vittoria di Pirro per Massimo il sindaco, vincente di appena 3,4 punti sull’avversario, proprio nella sua città dove si pensava di costruire la riscossa. Magra consolazione, il voto disgiunto ha fatto perdere 3 punti percentuali a Solinas rispetto al totale delle liste che lo sostenevano, mentre Zedda ha raccolto ben di più dei suoi partiti: un segno di fiducia per il cagliaritano, che non ha però sovvertito l’esito finale.
Ha così prevalso la voglia di cambiare pagina dopo l’amministrazione dei professori guidata da Pigliaru, con una campagna elettorale dominata nell’ultimo periodo dalle proteste degli allevatori e dei pastori e dalle polemiche per la pesante discesa in campo in Sardegna dei big nazionali, su tutti il ministro dell’interno, il leghista Matteo Salvini, accusato d’avere violato il silenzio elettorale con i suoi appelli al voto sui social pure nella giornata di domenica. Anche nella nostra circoscrizione di Carbonia Iglesias, corrispondente all’ex provincia, i risultati sono stati in linea con quanto emerso a livello regionale, come si può osservare nella tabella in pagina. Solinas qui ha vinto con margini ancora più ampi, 49,11% contro il 30,09% di Zedda, terzo Desogus al 10,73%, quarto Pili col 5,15%. A Carbonia, Solinas ha però vinto solo col 39,83% contro Zedda al 35,49% e Desogus al 13,71%. A Iglesias, dove l’Udc era schierato con Solinas (con un assessore comunale addirittura candidata come consigliere) ma è invece alleato con il Pd al Comune, il neopresidente ha preso invece il 46% lasciando a Zedda solo il 30,79% e a Desogus l’11,35%. Peraltro, mentre a livello circoscrizionale Pd, sardisti e Lega sono quasi alla pari con circa l’11%, a Iglesias la Lega è diventato il primo partito della città col 13,45%, seguito dall’Udc all’11,26%, terzo di poco il Pd all’11,15% e poi il M5S al 9,63%. È un risultato su cui riflettere e che potrebbe avere il suo peso negli equilibri cittadini, governata da un contratto trasversale Udc+Pd che ricorda al contrario il compromesso di governo tra M5S e Lega, avversari a livello locale, sodali a Roma.
Tuttavia, una vittoria di Solinas con numeri così generosi, assieme al crollo del M5S e alla comunque buona affermazione di Zedda – un corpo estraneo al Pd, nato e cresciuto alla sua sinistra e che ha ridato linfa al centrosinistra intero proprio mentre i democratici sono in piena fase congressuale – non può spiegarsi solo con la lettura degli ultimi quindici giorni di campagna elettorale. Quanto avvenuto è l’ennesima alternanza che si registra alla Regione: dal 1999 ad oggi non si ricorda un’amministrazione che sia riuscita a confermarsi. Il centrodestra di Floris, Pili e Masala cedette a Soru. Poi questi cedette il passo a Cappellacci e dopo di lui venne Pigliaru. Ora è il turno di Solinas, a dimostrare che forse il popolo sardo è volubile, forse facile alla seduzione e non perdona politicamente nulla – chiedetelo ai Cinque Stelle… – ma anche che nessuno è ancora riuscito in viale Trento a dare quel vero cambio di marcia che spesso si registra nelle amministrazioni comunali e che le urne non avrebbero mancato di premiare.
Sullo sfondo rimane ora un tessuto sociale e politico ancora più sconnesso. L’onda emotiva che premiò nel 2018 i grillini si è forse ora trasferita sulla Lega? La parola d’ordine del fare, del metodo spiccio, dell’uomo con la felpa e l’aria ruspante ha probabilmente convinto più dei manifesti degli intellettuali che hanno sostenuto il candidato progressista e una certa aria radical-chic dura a morire. Tira un vento che è difficile da comprendere, però intanto questo vento ha riportato a galla il sardismo e la sua vicinanza alla Lega è molto meno strana di quanto ci raccontano. Tutti ricordano l’antifascista Emilio Lussu tra i fondatori del Psd’Az, ma è anche giusto ricordare che quel partito nacque dall’esperienza delle trincee della prima guerra mondiale e il suo combattentismo alimentò in massa il primo fascismo sardo, mettendo in minoranza lo stesso Lussu che non aderì a questo corso. Tutto ciò per dire che la lotta per la terra e il lavoro, per la rivendicazione dei diritti dell’Isola, ha seguito spesso traiettorie tracciate nel compromesso, avendo comunque la linea di fondo del sentimento autonomistico e della comune appartenenza al popolo sardo. Adesso, un risultato come il voto di domenica ci interroga se tale sentimento di fondo esista ancora o sia solo un fantasma del passato. Se è pur vero che i movimenti più spiccatamente autonomisti, se non indipendentisti, hanno raccolto misere briciole nelle urne, è altrettanto evidente come nel successo di sardisti, leghisti e anche Fratelli d’Italia può leggersi il tratto comune dell’insofferenza alla tecnocrazia europea e al centralismo di Bruxelles. Sono questi i caratteri comuni dell’ondata populista che sta attraversando l’Europa, segnati dai nazionalismi di Stato dell’est europeo e dalle derive regionali come in Catalogna; in questo senso la ribellione dei pastori e la vittoria dei sovranisti in Sardegna possono essere uniti da una sottile linea rossa capace di crescere in futuro e maturare anche nell’Isola scenari sinora sconosciuti e imprevedibili.
La scommessa più grande rimane il rinascere di una pratica politica che sappia offrire soluzioni e non essere solo trasportata dal vento. Che metà dell’elettorato si astenga dal voto pare ormai un dato strutturale e invece non ci si deve rassegnare ad una simile fuga dalle responsabilità. L’affluenza di domenica al 53,77%, pure nel mezzo della rivolta pastorale, è un dato in crescita rispetto al passato, ma ciò può solo incoraggiare, non soddisfa di certo. Come cattolici, pare maturo il momento per una rinnovata presenza e impegno, di testimonianza e servizio, a partire dai temi proposti dalla Chiesa sarda ai candidati alla presidenza alla vigilia di queste Regionali. Un confronto a breve termine sulle urgenze segnalate dalla Pastorale Sociale può essere un primo modo di fare politica ed essere presenti, dando stimoli, proposte e segno di vigile confronto a quanti sono chiamati ad amministrare con coscienza il bene comune.

Pubblicato su Sulcis Iglesiente Oggi, n° 8 del 3 marzo 2019

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