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La storia di Maurizio, “frullatore di idee”

Il cammino di un giovane talento iglesiente: il suo percorso artistico dalle recite in oratorio alla tv con Geppi Cucciari

di Annalisa Atzei

Un ragazzo mite, un sognatore, un “frullatore di idee”: Maurizio Liscia, 29 anni, una laurea in lettere moderne e una magistrale in Produzioni Multimediali in arrivo, è un giovane iglesiente che sta costruendo sui suoi sogni una carriera, ma soprattutto un’esistenza ricca di emozionanti avventure. Maurizio, infatti, è tra i protagonisti del programma “Che succ3de?”, striscia di circa venti minuti in onda dal 26 ottobre scorso sui Rai 3 condotta da Geppi Cucciari, autrice del programma insieme a Luca Bottura. Nonostante la giovane età, Maurizio ha al suo attivo diverse esperienze professionali nel campo artistico, spaziando dal teatro alla musica, all’editoria e al giornalismo. Oggi, dopo un lungo periodo all’estero, la sua sensibilità e le sue ambizioni si fondono perfettamente armonizzando i suoi progetti con il desiderio di poter essere d’aiuto ai giovani del suo tempo.

Ciao Maurizio e grazie per questa intervista! Innanzitutto, come ci si sente ad apparire in tv e sapere di essere visto da milioni di persone?
Grazie a voi, anzitutto! Ci si sente sempre impreparati. Ogni volta, prima di collegarmi assieme alle altre quaranta persone, cerco sempre di stare più a mio agio possibile, facendomi forza sul fatto che comunque vado in onda da casa. Tuttavia quando Geppi chiama è sempre un tuffo al cuore, allora faccio ricorso all’autoironia: pare che funzioni e i risultati siano più evidenti!
Raccontaci come nasce questa esperienza con Geppi Cucciari, impeccabile padrona di casa su Rai 3…
Ho sempre seguito Geppi sin dai suoi esordi. Durante il lockdown di marzo ha fatto delle dirette su Instagram: mi sono divertito a vedere Geppi in pigiama – sempre elegantissima! – che parlava, rideva e scherzava con persone comuni. Quando ho saputo che da queste dirette ne era nata l’idea per un programma tv, ho recuperato tutte le puntate perse in una sola notte. Mi sono innamorato dei personaggi del panel e ho desiderato prendere parte al programma per aggiungere il mio frammento di storia. Mi son detto “Ma sì, proviamoci!” e ho inviato la richiesta per partecipare senza aspettarmi nulla, invece mi hanno risposto subito e mi hanno buttato dentro il panel dopo un solo giorno, incredibile!
Qualche sera fa hai addirittura sfidato Piero Pelù e hai diretto i tuoi compagni di panel nell’esecuzione a cappella della sigla di Sanremo… 
Ai tempi del liceo ascoltavo molto i Litfiba: a scuola divertivo i miei compagni di classe facendo l’imitazione di Pelù e so quanto Piero sia legato al Sulcis Iglesiente. Per me è stato un vero divertimento giocare al quiz assieme a lui. Per quanto riguarda l’esecuzione a cappella, invece, è stata una cosa inaspettata: la settimana prima di Sanremo ho ricevuto una telefonata in cui mi veniva affidato il compito di montare la sigla di apertura di “Che2Sanr3mo”, la parte a tema sanremese del programma. Così ho raccolto i video di tutti e ho realizzato la siglaCome nasce la tua passione per lo spettacolo, la musica e l’arte in generale?
La passione per lo spettacolo, che sia canto o che sia recitazione, l’ho sempre avuta fin da piccolo. Purtroppo erano altri tempi e le possibilità di studiare canto o recitazione in una città piccola come Iglesias non c’erano. Così, dopo qualche recita all’oratorio e qualche altra fuori, alle medie ho accantonato quella che era la mia prima passione per dare più voce alla musica. Ho iniziato a comporre le prime canzoni per gioco, poi durante il primo anno di liceo è arrivata la prima chitarra, rigorosamente elettrica. Negli anni del liceo ho suonato tanto, da solo e con alcune band, fino a che la fiamma della recitazione non ha ripreso a lambire tutte le altre passioni. Ho iniziato la scuola d’arte drammatica di Cagliari, frequentandola per tre anni, e nel frattempo ho iniziato a lavorare per alcune produzioni teatrali, ritagliandomi qualche particina anche nel settore audiovisivo e cinematografico, sempre continuando a studiare e a perfezionarmi.
Sei cresciuto a Iglesias, nel rione Palmari, a pochi passi dalla Parrocchia di San Paolo, che ricordi hai di quegli anni?
Ho dei ricordi bellissimi legati all’oratorio San Paolo. Erano tempi completamente diversi rispetto a quelli di oggi e in qualche modo mi sento fortunato ad averli potuti vivere: i bambini di oggi passano il loro tempo sui social e non sanno cosa sia la socializzazione attiva. Da bambino per anni ho frequentato il Grest dell’oratorio. Ricordo poi le bellissime feste patronali. Tutta la città si riversava in piazza e si ballava fino alle due di notte, l’uno accanto all’altro. Oggi, in tempo di pandemia, dove gli assembramenti non sono più possibili, ripenso a quei momenti e mi dico davvero fortunato ad aver avuto da bambino tante esperienze di socializzazione e sicuramente abitare dietro “la piazzetta”, così come noi la chiamavamo, ha contribuito a formarmi.
Se potessi trasmettere un messaggio a reti unificate cosa diresti alla tua generazione?
Di non farsi ingannare dal gioco di chi vuole dipingerci come una generazione di cinici, smidollati e senza aspettative. La generazione dei millennials, ma in particolare chi è nato tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ‘90, ha dovuto subire due crisi: quella economica nel 2008, alla soglia dei vent’anni, e ora a trent’anni la seconda, quella sanitaria, che sta rivoluzionando il modo di concepire il lavoro, di pensare e di vivere. La mia generazione sta affrontando un cambiamento radicale delle proprie abitudini e del proprio stile di vita. Ci stiamo ritrovando soli in un mondo che non sappiamo come girerà. È normale, quindi, non farsi aspettative.
In particolare che suggerimenti ti senti di dare ai ragazzi più giovani della tua città?
Vedo troppi giovani annoiati e tristi. Il mio suggerimento è quello di non annichilirsi: staccate i social e uscite, raccogliete esperienze. Non siate quello che vi dice di essere un influencer, che neanche vi conosce. Sentitevi vivi: conoscete persone, dal vivo, realmente. Ovviamente, in questo momento, abbiate anche la prudenza di difendervi e difenderci dal virus che purtroppo gira ancora fra noi!
Per concludere questa chiacchierata, confidaci un tuo sogno nel cassetto!
Non chiedo molto in questo momento: vorrei che si ritornasse alla vita di un anno e mezzo fa, quando il virus ancora non aveva fatto capolinea sopra le nostre vite. Vorrei riprendere a viaggiare, avventurarmi e scoprire come facevo un tempo senza più essere condizionato da una mascherina o dalla paura di stare in mezzo alla gente. Il mio sogno nel cassetto, ora, è la normalità di un tempo.

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