Fanghi rossi e capelli al piombo, attenzione alla paura

terre rosse

di Giampaolo Atzei

Si sta facendo un gran parlare della notizia diffusa nei giorni scorsi su uno studio scientifico che ha messo a confronto i capelli dei ragazzi di Iglesias con quelli di Sant’Antioco: stando ai risultati, nei primi ci sarebbe una presenza di piombo cinque volte superiore ai secondi, legata molto probabilmente agli effetti delle discariche minerarie esposte ai diversi agenti atmosferici. C’è chi è allarmato, chi minimizza. In ogni caso, è difficile non pensare che da tali concentrazioni di scarti industriali non possa sollevarsi, ad ogni folata di vento o raffica di pioggia, una quantità di elementi capaci di incidere sulla nostra più intima biologia. Altro però è averne le prove, verificare il rapporto di causa-effetto di cui la concentrazione di piombo nei capelli dei ragazzi iglesienti può essere l’indice. Uno stadio ulteriore dell’analisi è pertanto necessario, per capire meglio come l’ambiente di cui siamo parte condizioni la nostra salute e per valutare quali soluzioni adottare, soprattutto per evitare che vengano prese soluzioni affrettate e, come spesso accade, non necessariamente dipendenti dal fenomeno analizzato.
Facciamo un esempio. I fanghi rossi di Monteponi sono una bomba ecologica a cielo aperto, prodotto di lavorazioni industriali condotte nel corso dei decenni passati, utilizzando tecnologie ed elementi che ci hanno consegnato un’oggettiva montagna di veleni. Eppure, nella loro sporcizia chimica, questa discarica è il segno più evidente dell’azione dell’uomo sul territorio, una memoria storica ed archeologica tale da indurre lo Stato ad apporci un vincolo. Sono come il Colosseo, nulla si tocca e nulla si distrugge. Eppure, più volte e da più parti, si è sollevato il problema della loro sostenibilità ambientale ed a nulla sono valsi i tentativi di circoscrivere il danno: l’unica vera soluzione sarebbe la loro asportazione. Peraltro, quest’operazione sarebbe un grande affare, perché il trattamento dei fanghi rossi permetterebbe, come già facevano i primi industriali minerari che andavano a caccia di “scorie” da mandare in fonderia, di recuperare una grande e ricca quantità di minerali, nonché riattivare linee di trattamento ora dismesse. Insomma, potrebbe ripartire una grande filiera metallurgica, un gran bel processo di economia circolare che smaltirebbe i fanghi rossi per farne lingotti di metallo e mattoni di terra. Ora però, chi si fida a lanciarsi in una simile impresa? Non si è capaci di far partire e chiudere un cantiere pubblico normale, figurarsi cosa mai sarebbe il mettere mano ai fanghi rossi. E poi, chi glielo restituisce ai turisti e ai fotografi un panorama simile? Solo una cosa potrebbe scardinare questa titubanza: l’emergenza e la paura delle malattie e dell’inquinamento, il terrore di perdere pure quel poco di salute che ci è rimasto. Ecco perché, prima di qualsiasi scelta da farsi – che prima o poi si renderà necessaria – è doverosa una ponderata e scrupolosa verifica e analisi. In tempo di fake news imperanti, di autismo da vaccino e scie chimiche sulle nostre teste, ci vuole come non mai attenzione e razionalità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: