Carlo Carretto, un cristiano libero

Il 4 ottobre di trent’anni fa moriva Carlo Carretto, fu tra i Piccoli Fratelli a Bindua

di Nuccio Guaita

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Trenta anni or sono, moriva Carlo Carretto. Conservo di lui molti ricordi piuttosto forti relativi alla formazione umana e cristiana nell’Azione Cattolica: la sua gioia nei canti alla Vergine, a Cristo, al Papa; l’entusiasmo che suscitava il suo carisma tra i giovani cattolici cresciuti negli anni a cavallo dell’ultimo conflitto mondiale. Il suo rientro, dopo vari anni, dal deserto algerino, in Sardegna, a Bindua di Iglesias, come Piccolo fratello di Gesù; diede molta gioia ai suoi…vecchi amici della Giac. Nell’isola era già stato da giovane, come Direttore didattico a Bono, esiliato dal fascismo per le sue opinioni politiche.
Sono stato legato a lui da sentimenti di vera amicizia, coltivata anche dalla lettura dei suoi scritti, come tutti coloro che hanno avuto la grazia di avvicinarlo, e ho potuto godere della sua fraterna presenza nella città e nelle famiglie.
La sua figura è legata, nella storia dell’Azione Cattolica italiana, a quella di Luigi Gedda (Presidente generale) che lo aveva invitato ad entrare nella GIAC (fondatrice dell’Azione Cattolica!). Carlo riconosceva in Luigi, per l’appartenenza alla stessa comunità di fede, il proprio “fratello maggiore”. Avevano entrambi la stima affettuosa degli associati e quella di vescovi e cardinali e soprattutto quella del papa, Pio XII.
Il nome di Carlo richiama lo storico evento dei 300.000 “baschi verdi” da lui radunati in piazza San Pietro, nel settembre del ‘48, per la celebrazione dell’80° della Gioventù, fondata da Mario Fani e Giovanni Acquaderni. La sua attività è connotata da intensa preghiera e dall’interpretazione di una testimonianza impegnata alla comprensione cristiana del mondo e del ruolo del laicato cattolico nella Chiesa. È stato un uomo libero, nell’assoluta fedeltà alla Chiesa, che a lungo ha servito come laico d’Azione Cattolica. Quanti sono stati nella Giac, sanno bene che a Carretto si deve riconoscenza per la direzione dell’Associazione che lo portava in ogni diocesi per tenere viva la fiamma dell’apostolato, a cui tutti i soci dovevano sentirsi impegnati. Riconoscenza che incredibilmente sembra essere andata perduta, nella vasta area della cultura cristiana e della politica, è quella dovuta a Luigi Gedda, per il decisivo contributo da lui dato, con l’attivazione dell’A.C., al consolidamento del sistema democratico del nostro Paese.
La lunga fraterna amicizia di Carretto con Gedda si sciolse negli anni ‘50 per difformità di giudizio politico sulla situazione italiana e romana in particolare. Un evento assai doloroso per entrambi: Carlo era fermamente contrario alla elezione di una giunta capitolina cui avrebbero partecipato anche esponenti di partiti che avevano riferimento all’esperienza fascista. Da autorevoli ambienti del clero e della politica vennero giudizi di aperta condanna alla presa di posizione di Carretto. Carlo mantenne le sue posizioni, ben fondate, peraltro, sulla coerenza al proprio passato e a tutela di una “coscienza” morale e spirituale, sua e di gran parte dell’opinione pubblica, sul piano civile e politico, non tacitabile. Lo sconcerto sulle sue posizioni, riguarda anche il no al referendum sul divorzio e la questione sull’aborto. Indirizza una lettera a “Pietro” (Papa Pio XII) per sostenere il presidente Monticone sulla “scelta religiosa” che egli vede essere radicalmente costitutiva della fisionomia dell’Azione cattolica. Più in là chiederà perdono per avere fatto soffrire, al di là delle proprie intenzioni e legittime posizioni, la sua Chiesa.
Le opinioni politiche e la impropria ricaduta di queste sulla sensibilità e la comunità dei credenti, in un periodo di forte tensione morale e politica, hanno, forse più dì altre motivazioni, generato la separazione dall’amico e fratello maggiore. Gedda si dedicò poi con maggiore intensità ai suoi studi di Genetica medica e alla cura della spiritualità getsemanica nella Società Operaia da lui fondata tra le dirigenze d’ambito cattolico.
Il trascorrere degli anni e la mutata globale situazione presente oggi nel costume sociale, morale e religioso, ci induce a tentare di interpretare il senso civile e religioso del pensiero di Carlo nella vicenda che ha investito il cattolicesimo italiano. Mi chiedo: è stata, la sua, una previsione dei tempi attuali in cui, anche per la vigorosa evangelizzazione di papa Francesco, riusciamo a comprendere meglio la condizione di errore, nostra e dei fratelli, e ad usare la ricchezza della misericordia, rispetto alla durezza del giudizio, e il dovere di andare verso il prossimo aiutandolo a rialzarsi e stare in pace con la comunità dei credenti? All’interrogativo, darei risposta positiva, convinto che Carlo ha precorso i tempi: è l’autore di Famiglia piccola chiesa, Incontro al domani, Al di là delle cose, Ciò che conta è amare, Innamorato di Dio, La forza dell’abbandono etc, testi conosciutissimi dai giovani della Giac e non solo. Carlo avrebbe gioito nell’apprendere la recente decisione del Papa, che anche alla luce dello “sviluppo della dottrina”, dichiara a tutela della dignità umana, l’inammissibilità assoluta della pena di morte.
Lascia l’amata Associazione, ma non la sua casa, che è sempre stata la Chiesa: … “la più stupenda delle riunioni…il luogo di Dio e degli uomini”. Una lunga e sofferta meditazione lo induce a scegliere la via del deserto (“Dio viene nel silenzio”, dice): quella, nei primi secoli del cristianesimo, dei “padri” d’Egitto e Palestina. Oggi anche presso o entro gli abitati urbani sono presenti, grazie a Dio, anche novelle “madri del deserto”.
Abbraccia la spiritualità dei “Piccoli fratelli” di P. Charles de Fouchauld. Le sue “Lettere dal deserto” (tradotte in più di dieci lingue) ci fanno capire ancora meglio la profondità della sua meditazione, di lato alla sua tenda, mentre le stelle illuminano la notte della sconfinata muta aridità del deserto.
L’esperienza di Bindua lo rende membro famigliare della comunità locale, che vive in dignitosa povertà la condizione di periferia operaia della città, e lo prepara all’ultima tappa del suo cammino spirituale: Spello. Vive una decina d’anni con la fraternità dei Piccoli fratelli e quivi muore il 4 ottobre 1988, onomastico di S. Francesco.
La visita al cimitero di Spello, ove è sepolto, ha bisogno di una indicazione sicura: il suo corpo non sta sotto un monumento. È sotto una lapide immediatamente aderente alla terra, con scritto “Fratel Carlo Carretto”. Non altra indicazione, neppure gli estremi temporali della sua esistenza: ha sempre desiderato e vissuto un tempo che considerava definito soltanto dal suo Autore.
C’è chi lo ha definito un mistico del XX secolo: compito questo spettante agli studiosi della spiritualità cristiana. È certo che si nutriva di Sacra Scrittura, V. e N. Testamento, attualizzando i significati di fede alla sofferenza e ai dubbi dell’uomo moderno. Quasi mezzo secolo fa, nel suo libro “Padre mio mi abbandono a te”, sembra tradurre, in atto di totale confidenza, il lamento del Salmista e l’invocazione di preghiera del Figlio di Dio crocifisso.
Testimone gioioso e orante, “innamorato di Cristo” e “figlio della Chiesa”, Carlo raggiunge la più alta liberazione del credente (che Egli ha sempre cercato) dal dubbio, dalla debolezza, dal lamento: quella propria dell’assoluto abbandono in Dio.

Pubblicato su “Sulcis Iglesiente Oggi”, numero 34 del 7 ottobre 2018

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