Il Creato, un dono per tutti

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Scorri il film della Giornata. Fotografie di Efisio Vacca

A Tratalias tra fraternità ed ecumenismo la Giornata diocesana per la custodia del Creato

Acqua e terra, alleanza per la vita e il lavoro

di Annalisa Atzei

Image00043L’acqua e la terra, strette in un binomio indissolubile sin dai tempi della creazione, sono state le protagoniste della Giornata diocesana per la custodia del Creato che si è celebrata lo scorso 22 settembre nella suggestiva cornice del borgo medioevale di Tratalias. Una Giornata vissuta nella preghiera, nel nome della fraternità e della convivialità, per rispettare quelle che sono state anche le parole di Papa Francesco nell’invitare tutta la Chiesa Cattolica a unirsi con i fratelli e le sorelle delle altre Comunità Cristiane per ritrovare, nel proprio intimo quanto nella dimensione comunitaria, l’esperienza di una sana relazione tra l’umanità e il creato.
Organizzata dall’Ufficio Problemi Sociali, Lavoro e salvaguardia del Creato della diocesi di Iglesias, insieme all’Ufficio per le Comunicazioni Sociali e il Progetto Policoro, la Giornata ha rappresentato per la comunità diocesana un momento di incontro e di riscoperta del territorio e della sua gente, sollecitata proprio dal tema “coltivare l’alleanza con la terra” a riflettere sul dovere di ciascuno di noi a comportarci come veri custodi del creato. All’interno dell’antica chiesa di Santa Maria di Monserrato, don Emanuele Tiddia, parroco a Tratalias da quasi nove anni, ha aperto i lavori con le sue parole di benvenuto, non in veste di “padrone dell’antica cattedrale” come ha tenuto a precisare, “ma come suo custode”, allo stesso modo in cui tutti siamo chiamati a essere custodi del creato. Al suo saluto è seguito quello di Gianluca Lindiri, assessore alla cultura del Comune di Tratalias, e di don Salvatore Benizzi, direttore dell’Ufficio diocesano Problemi Sociali, che ha ricordato come l’anno scorso la Giornata fosse dedicata alla terra e al fuoco, elemento della natura che al pari dell’acqua può rappresentare una fonte di benessere per l’uomo ma anche di distruzione per il creato.
La preghiera ecumenica guidata dal vescovo di Iglesias, Mons. Giovanni Paolo Zedda con la Pastora Elizabeth Green della Chiesa Battista, animata dai canti dei seminaristi del Pontificio Seminario Regionale Sardo, ha preceduto le relazioni dedicate all’acqua, bene comune per eccellenza per tutto il creato. Le parole del vescovo di Iglesias, Mons. Zedda, hanno posto l’accento sulla cura della casa comune, che siamo oggi più che mai chiamati a proteggere “affinché essa diventi veramente un dono prezioso per tutti quelli che la abitano in questo presente e per tutti quelli che la abiteranno dopo di noi in futuro”. In questa cura bisogna sempre ricordare che Dio è fedele alle sue promesse. “Egli ha creato la terra, affidandola agli uomini e alle donne perché nella pace e nell’impegno sapessero custodirla, nutrendosi dei suoi frutti”, ha detto il vescovo, “un dono offerto per il bene di tutti, non per il bene egoistico di qualcuno”. Ora ci chiediamo se Dio veramente mantiene la sua promessa, non accorgendoci che siamo noi a non aver adempiuto al nostro dovere di bravi custodi, a lamentarci “che non esistono più le stagioni, a non capire che anche l’acqua fa danni, così come il fuoco datoci per riscaldarci e cuocere il nostro nutrimento, e il mare che dovrebbe essere un punto di incontro tra popoli è diventato una situazione di morte”. Dio è fedele alle sue promesse, ma a noi è chiesto di credere sinceramente alla sua fedeltà. Una fedeltà che fa i conti con la responsabilità di chi è chiamato a partecipare alla bellezza della creazione perché essa “dia esiti positivi sempre, per oggi, per domani e finché ci sarà vita”. È necessario imparare a stare dalla parte di chi rispetta la natura, perché “il rispetto per la creazione diventa poi rispetto per ogni persona umana e significa saper scegliere la vita: vuol dire saper rinunciare alle ingiustizie nei confronti dei fratelli, saper rinunciare a sfruttare la terra a esclusivo beneficio di qualcuno, perché la terra è dono di Dio per tutti”.
Image00078Alle 13 il pranzo, organizzato dalla Pro Loco locale e offerto da allevatori, agricoltori e pescatori della zona con i prodotti della terra, dell’acqua e del mare, consumato all’aperto sotto gli alberi, nella piazza principale del borgo. Un momento di festa comune che è proseguito poi col pellegrinaggio verso la diga di Monte Pranu. Sulle rive del lago, accompagnati dalla riflessione della Pastora Elizabeth, la Giornata si è conclusa in meditazione nella contemplazione del creato, con il Padre Nostro comunitario, recitato tutti insieme, ciascuno nella propria lingua, a creare una preghiera armoniosa che si è elevata al cielo sino al Creatore.


Testimoni dal mondo delle campagne, dell’industria, della pesca

di Giampaolo Atzei

Vivere dalla terra e dall’acqua, vivere del lavoro sostenibile e in alleanza col Creato. È questa la traccia che hanno seguito i tre testimoni del mondo del lavoro che sono intervenuti sabato mattina alla Giornata diocesana per il Creato a Tratalias, prima delle riflessioni della pastora Elizabeth Green e dell’arcivescovo Arrigo Miglio. Tre testimonianze per tre esperienze e tre ambiti diversi: la terra, l’industria, il mare.
Elisabetta Secci è la responsabile regionale di Donne Impresa Coldiretti. “Agricoltrice”, come lei stessa si presenta, lavora nell’azienda agricola di famiglia a Villamassargia; nel suo intervento ha ripercorso le forti motivazioni che l’hanno convinta a proseguire nel lavoro della campagna, dando concreto esempio alle decine di studenti dell’Agrario presenti nell’ex cattedrale di Santa Maria di cosa possa significare coltivare e vivere dei frutti della terra. “Quest’anno il 70% dei vigneti è andato perduto” ha ricordato Elisabetta tenendo in mano la copertina dello scorso numero di Sulcis Iglesiente Oggi dedicata al cambiamento climatico, facendo riferimento ai gravi danni che il clima incostante sa infliggere alle coltivazioni. Così, se l’anno scorso l’acqua era stata carente compromettendo il raccolto, non da meno quest’estate le piogge abbondanti sono state inclementi con le coltivazioni, in particolare modo per vigne e carciofeti. Non manca però la tenacia a chi stringe una profonda alleanza col Creato traendo dal suolo il proprio e l’altrui sostentamento, nella consapevolezza che molte delle “bizzarrie” del meteo sono solo la conseguenza ultima e più visibile degli interventi dell’uomo.
Eguale attenzione sulle conseguenze delle scelte umane sul nostro ambiente è stata evidenziata da Enrico Contini. Presidente dell’Associazione Mineraria Sarda, alle spalle una vita professionale spesa nel laboratorio chimico della miniera di Monteponi, Contini ha sottolineato come l’impatto dell’uomo sulle risorse idriche ha impatti di lunghissimo periodo, il cui recupero non è certo immediato e che potrebbe essere attenuato con scelte più consapevoli da parte di aziende ed enti. Spesso si rilevano nelle falde e nei corsi d’acqua tassi ancora elevati di inquinamento da pesticidi, nonostante certe sostanze siano messe al bando da anni. Ma non è solo questione di inquinamento, il problema dell’acqua – in un mondo dove milioni di persone sono private del diritto universale all’acqua potabile – è sovente quello della cattiva gestione delle risorse. Contini ha sottolineato il caso paradossale di Portovesme e delle acque del lago di Monte Pranu a Tratalias, parte delle quali, invece di essere destinate ad uso potabile o irriguo, è destinato agli stabilimenti industriali per raffreddare le macchine, quando per questo uso potrebbero essere destinate acque di minor qualità, magari recuperate dai reflui urbani.
Ultima testimonianza quella di Luciano Marica, pescatore di Sant’Anna Arresi. Nel 2013 incontrò papa Francesco a piedi scalzi, in largo Carlo Felice, scalzo come San Pietro, un pescatore come lui. Famiglia di pescatori – genitori, figlie e generi – Luciano ha raccontato quell’aspetto del mare che sovente sfugge: come l’agricoltore cura e rispetta la terra, così il pescatore stringe un’alleanza con il mare e attraverso di esso con tutto il Creato, secondo il ciclo dell’acqua che dai vapori del mare ricade sin sulle terre più lontane. Il mare è vita, lavoro, “tutto per me”, ha raccontato Luciano, commosso nel ricordo dell’incontro col Santo Padre e sempre grato a mons. Miglio per l’aiuto ricevuto, quand’era vescovo di Iglesias, nella dura lotta per gli indennizzi ai pescatori bloccati dalle servitù militari.


Documenti

  • L’intervento di mons. Arrigo Miglio, arcivescovo di Cagliari e presidente della Conferenza Episcopale Sarda 
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Arrigo Miglio. Ph EV

Il tema dell’acqua ci pone davanti una serie di problemi concreti che ogni giorno si fanno sempre più urgenti. Alla luce delle pagine della Bibbia che ci presentano l’acqua come protagonista nella storia del mondo e dell’umanità noi impariamo ad accogliere l’acqua come uno dei doni fondamentali che il Creatore ci ha fatto e nei diversi usi dell’acqua vediamo tracciato un cammino di rinnovamento per la nostra vita, e questo è vero non solo per l’acqua ma per tutto l’ambito dell’attenzione e della custodia del Creato. Lo ricordava proprio sette anni fa Papa Benedetto XVI parlando al parlamento tedesco a Berlino: “Direi che la comparsa del movimento ecologico a partire dagli anni Settanta, pur non avendo forse spalancato finestre, tuttavia è stata e rimane un grido che anela all’aria fresca, un grido che non si può ignorare né accantonare. Persone giovani si erano rese conto che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va; che la materia non è soltanto un materiale per il nostro fare, ma che la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni. Quando nel nostro rapporto con la realtà c’è qualcosa che non va, allora dobbiamo tutti riflettere seriamente sull’insieme e tutti siamo rinviati alla questione circa i fondamenti della nostra stessa cultura. Mi sia concesso di soffermarmi ancora un momento su questo punto. L’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana”.
Partendo da queste considerazioni possiamo individuare alcune ricadute di tipo pastorale che riguardano diversi ambiti della vita ecclesiale e civile.
La prima da ricordare è quella di carattere ecumenico, tenendo presente che l’iniziativa della giornata per la salvaguardia del Creato, fissata al 1° di settembre, viene dalla Chiesa Ortodossa e in particolare dal Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo. Il Creato è l’altro grande Libro che abbiamo in comune, assieme alla Sacra Scrittura, e che siamo chiamati, cristiani tutti, a saper leggere e custodire, per non perdere le indicazioni essenziali che ci portano sulla via della vita bella e vera.
Ma l’impegno per la salvaguardia del Creato è il terreno comune che ci fa incontrare e lavorare insieme credenti e non credenti, persone di buona volontà che hanno a cuore il Bene Comune. Il Creato, l’ambiente in cui viviamo, è uno dei beni comuni fondamentali che permettono di costruire il Bene Comune. E questa è una seconda importante ricaduta di tipo pastorale. Infatti l’impegno pastorale delle nostre comunità cristiane non può essere solo quello che si svolge all’interno della vita parrocchiale: questo è il punto di partenza ma il Vangelo ci chiede di uscire, per annunciarlo ma anche per cogliere i segni che lo Spirito semina nella storia. E il sorgere di una sensibilità ecologica, come ricordava papa Benedetto nel discorso sopra citato, è uno di questi segni che ci richiama ad una più completa attenzione e cura della persona umana, corpo e anima, e di tutta la vita della società. Gesù è venuto per riscattare tutti e tutto, ricordiamo quanto ci dice San Paolo nella Lettera ai Romani: “tutta la creazione geme e soffre per le doglie del parto, in attesa di essere liberata dalla schiavitù della corruzione” (Rm. 8, 21-22).
Una terza ricaduta pastorale riguarda la promozione di una sana spiritualità che sia attenta a tutto l’uomo, alla persona nella sua completezza di anima e di corpo, superando quella che potrebbe essere definita come una “schizofrenia antropologica” che separa anima e corpo dimenticando l’unità della persona e l’influenza reciproca e continua delle due componenti spirituale e materiale. È sufficiente pensare al Battesimo, che il Signore Gesù ha voluto fosse conferito attraverso l’acqua per ottenere il dono dello Spirito.
Avere cura del Creato è uno dei modi più importanti e più concreti di essere attenti alle generazioni future, che siamo chiamati ad incoraggiare lasciando loro un mondo migliore di come lo abbiamo trovato, poiché il Creatore ci ha affidato un “giardino” da custodire e da amministrare con saggezza. Anche all’amministrazione del Creato si può applicare opportunamente la parabola evangelica dei talenti.
Il tema dell’acqua in particolare ci apre ad un ventaglio di problematiche oggi drammatiche. Milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile e resta così gravemente leso un loro diritto fondamentale. Al possesso e all’uso dell’acqua è strettamente legato il tema della pace, poiché sono già in atto o in agguato le guerre per il possesso di questo bene fondamentale.
Possa la celebrazione della Giornata per la salvaguardia del Creato far crescere una cultura nuova, di attenzione ai doni che Dio Creatore ha messo nelle nostre mani e di attenzione ai nostri fratelli che non ne possono usufruire: l’attenzione all’ambiente e alle risorse naturali diventa sempre più la via maestra per una cultura della solidarietà e della condivisione, via concreta per una Carità che non resti teorica o peggio ancora solo di facciata e quindi ipocritica.

  • L’intervento della Elizabeth Green, Pastora della Chiesa Evangelica Battista di Carbonia del Sulcis Iglesiente
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Elizabeth Green. Ph EV

Buon giorno a tutti e tutte, innanzitutto vorrei ringraziare la Diocesi di Iglesias dell’invito a partecipare alla giornata per la custodia del creato, cosa che faccio sempre con molto piacere sentendomi non solo tra fratelli e sorelle ma anche tra amici e amiche. Porto i saluti della Chiesa evangelica battista di Carbonia e del Sulcis Iglesiente nonché dalla Chiesa battista di Cagliari dove domenica 23 celebreremo una liturgia ecumenica per la pace. Infatti il tempo del creato unisce tutt’e tre le confessioni cristiane e sabato prossimo (29 settembre) terremo una preghiera per la pace a per la salvaguardia del creato a Carbonia, nei locali della nostra chiesa alla quale siete cordialmente invitati a partecipare.
Detto ciò, veniamo al tema della nostra giornata “Coltivare l’alleanza con la terra”. Le sacre scritture, punto di riferimento per tutte le chiese, sono – come sapete – divise in due parti, l’Antico Testamento e il Nuovo Testamento. Ma quella parola “testamento” che a noi fa venire in mente lasciti e eredità in realtà significa “patto” o “alleanza”. È dal secondo secolo che si parla delle scritture ebraiche, da un lato, e quelle greche, dall’altro, in questo modo. L’Antico Testamento, quindi, si riferisce al patto antico che Dio stabilì con il popolo d’Israele su Monte Sinai attraverso Mosè. Alleanza che era già stata anticipata, secondo il racconto biblico, dalla promessa di Dio a suo amico Abramo: “io farò di te una grande nazione”. Il Nuovo Testamento, invece, racconta del nuovo patto che Dio stringe con l’umanità, patto sigillato dal sangue di Gesù, come ricordiamo ogni volta che celebriamo l’eucarestia o la cena del Signore: “Questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati” (Mt 26,28). Possiamo desumere, quindi, che a Dio piace entrare in relazione con noi facendo un patto, alleanza che stabilisce diritti e doveri, alleanza che vive a partire delle promesse divine, che riguarda persone e popoli, Abramo, Mosè, Gesù. Non tutti sanno, però, che queste alleanze – per così dire particolari – fanno parte di un’alleanza più grande, di un’alleanza che non solo abbraccia un uomo e a sua famiglia, un popolo e chi ci accede, l’umanità di cui Cristo è l’immagine, ma tutta la terra. Prima di stringere un’alleanza con Abramo, con Israele, con coloro che si trovano in Cristo, Dio ha stretto un’alleanza con la terra. Anzi quel primo patto, quel primissimo testamento è la premessa di tutti gli altri. Se le alleanze successive appartengono al tempo storico, l’alleanza con la terra appartiene al tempo mitico, al tempo del creato. Al nostro tempo dunque. Ecco le parole attraverso le quali Dio stabilisce il suo patto (Gen 9, 8-17). Mi soffermo su tre caratteristiche. La prima è che il patto viene stabilito con ciò che abbiamo imparato a chiamare tutta la comunità del creato. Non è stabilito con un uomo solo, non è stabilito nemmeno con l’umanità intera, ma è stabilito con “ogni essere vivente di ogni specie”, uccelli, bestiame e tutti gli animali della terra. Quindi la relazione di Dio con il suo creato va oltre l’antropocentrismo e raggiunge ogni singolo “essere vivente di ogni specie”. In un’epoca in cui tendiamo a volere definire confini e chiudere frontiere, che esse siano frontiere della nazione o frontiere delle chiese, l’alleanza che Dio fa ai primordi del mondo, racconta un’altra storia e tiene aperta un’altra possibilità. Non è un sogno utopico, l’essere umano è già stato cacciato dal paradiso e non potrà farvi ritorno. La terra è già in preda alla distruzione, già rischia l’estinzione, quindi l’alleanza che Dio fa qui costituisce un nuovo inizio per un mondo spezzato. E il nuovo inizio è rivolto a tutti, esseri umani, animali, uccelli ovvero “la terra” tout court. Non è un patto esclusivo ma inclusivo. La seconda caratteristica è che l’alleanza è fondata sulla non violenza. Essa è accompagnata da una dichiarazione unilaterale di disarmo. “Io pongo il mio arco nella nuvola e servirà di segno del patto fra me e la terra”. L’arcobaleno, posto nel cielo e visibile a tutti è l’arma del guerriero divino. Dio depone il suo arco tra le nubi. E mentre lo fa spiega il senso di quel gesto: “nessun essere vivente sarà più sterminato dalle acque del diluvio e non ci sarà più diluvio per distruggere la terra!”. Quindi il nuovo inizio che Dio dona al suo creato tutto inizia con una dichiarazione unilaterale di disarmo, di non belligeranza, di pace. Tant’è che l’arco posto nelle nubi diventa l’invito di Dio a vivere in pace, gli uni con gli altri e con la terra. Pace non solo con i simili, ma con i dissimili, con coloro che non sono come me, che non pensano come me che non vivono come me. Perciò tutti i colori dell’arcobaleno rappresentano non solo la coesistenza delle diversità umane ma anche l’importanza della biodiversità stessa. Quando Dio fa l’alleanza con la terra depone le armi e si aspetta che noi facciamo altrettanto. Tant’è che proco prima dice chiaramente “Certo, io chiederò conto del vostro sangue, del sangue delle vostre vite: ne chiederà conto ad ogni animale, chiederò conto della vita dell’uomo alla mano dell’uomo, alla mano di ogni suo fratello”.
È evidente, dunque che l’alleanza che Dio fa con la terra abbia dei risvolti etici, risvolti che poi saranno dettagliati nel patto che fa col popolo su Sinai. Ma prima del patto che rende possibile l’Antico Testamento, prima del patto che conosciamo come Nuovo Testamento Dio fa un’alleanza con “ogni essere vivente che è sulla terra”. Attraverso questo patto Dio abbraccia tutti e tutte, ogni singolo creatura, anche quelle che abbiamo lasciato sparire le specie che sono a rischio d’estinzione. È un patto fondato nella non violenza e nel disarmo, parte da una dichiarazione di pace. È un patto che appartiene al tempo mitico del creato ma entra nel tempo storico di un mondo in preda alla distruzione, il nostro mondo. E un patto che dà delle indicazioni chiare su come custodirla, su come coltivarla. Ma, a questo punto, potremmo chiederci com’è possibile coltivare l’alleanza con la terra? Non è forse troppo tardi? Non abbiamo forse sparso troppo sangue? Non abbiamo inquinato troppi laghi e avvelenato troppi terreni? C’è ancora tempo porre rimedio alla distruzione che abbiamo causato? A questo punto subentra la terza caratteristica del patto che a dire il vero, è la premessa stessa dell’alleanza; è ciò che infonde senso in tutta la faccenda, è ciò che rende possibile l’amicizia con Dio e l’amicizia con la terra. È la promessa che troviamo al capitolo precedente: quella negativa già la conosciamo “Io non maledirò più la terra a motivo dell’uomo” ma ora essa viene declinata in termini positivi “Finché la terra durerà, semina e raccolta, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte non cesseranno mai” (Gen 8,22). Ecco, Dio immette nel mondo la stabilità senza la quale non potremmo fare niente, non potremmo coltivare la terra, non potremmo coltivare l’alleanza, non potremmo creare comunità e chiese inclusive, non potremmo fare la pace. In tutto il mondo la terra viene coltivata grazie a queste parole ed è in base a queste parole che noi riuniti qui possiamo rimboccarci le maniche e coltivare l’alleanza con la terra. Non è troppo tardi, non è tutto inutile, perché “Finché la terra durerà, semina e raccolta, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte non cesseranno mai”. Ancora oggi, ancora qui questa parola infonde fiducia nel nostro agire e corona di speranza il nostro impegno.


Testimonianze

  • A Tratalias il triennio dell’Istituto Agrario di Santadi alla Giornata per il Creato

di Maria Pinella Etzi

Image00011Sabato 22 settembre ci siamo ritrovati, studentesse, studenti e docenti dell’Istituto agrario di Santadi, a Tratalias per celebrare la Giornata per la custodia del Creato. Ci accoglie l’antica chiesa di Santa Maria di Monserrato che è già un richiamo a sempre nuove armonie e un messaggio di pace per lo spirito e per il territorio.
La preghiera ecumenica guidata dal vescovo di Iglesias S.E. Mons. Giovanni Paolo Zedda con la pastora Elizabeth Green della Chiesa Battista, richiama l’Alleanza voluta fin dall’origine da Dio che colloca l’uomo in un giardino perché lo custodisse e lo lavorasse. L’alleanza resta la categoria fondamentale della fede di tutti i cristiani, come ci insegna tutto il cammino della Bibbia: la fedeltà a Dio garantisce la reciproca fraternità e si fa ancora più dolce la bellezza del creato, in luminosa armonia con tutti gli esseri viventi.
Negli ultimi tempi questa alleanza ha conosciuto profonde ferite. Viviamo con terrore l’inquinamento, che in vaste aree del pianeta si fa sempre più pervasivo. Non sempre le attività produttive sono condotte con il dovuto rispetto del territorio circostante. La sete del profitto, infatti, spinge a violare tale armonia, fino alla diffusione nell’ambiente di veri e propri veleni.
Pure molto gravi sono le conseguenze disastrose determinate da eventi meteorologici estremi. In questi ultimi mesi, per le inattese bombe d’acqua, si registrano anche morti, oltre a distruzioni di case, fabbriche e strade. La consapevolezza davanti a questi comportamenti richiede tempi lunghi. Matura lentamente tramite la dedizione degli educatori per creare nei giovani una adeguata coscienza della gravità del problema. È questo il motivo che mi ha spinto come insegnante a portare due classi delle scuole superiori a questo incontro.
Anche in Sardegna, in particolare nella scuola, dobbiamo tenere viva la priorità dell’impegno culturale. La custodia della terra ci chiede di amare la nostra terra, vigilando con matura consapevolezza. La terra ci appartiene, è la nostra casa comune. Tutti siamo chiamati a questo compito che si fa premura già nelle scuole accrescendo la coscienza ecologica viva tra i giovani. Si tratta di concretizzare quella “conversione ecologica” che ci porta a ritrovare il gusto per la bellezza della nostra terra e lo stupore davanti alle sue meraviglie. Ma da qui, anche la capacità critica per cogliere le ingiustizie presenti in un modello di sviluppo che non rispetta l’ambiente. Abbiamo cioè bisogno di un’economia capace di generare lavoro senza violare la terra, valorizzandola piuttosto come ricchezza produttiva e come crescita sociale.
Per generare futuro per le nuove generazioni è necessario promuovere una cultura della vita a partire dal riconoscimento del valore dell’educazione, coltivando la speranza e custodendo l’umanità e il creato nella sfida comune di dar voce all’energia per la vita. Educare appare sempre più difficile, ma resta il modo più alto per continuare a generare e dare la vita.

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  • Nella bellezza del Creato

di Manolo Mureddu

È stata una giornata bellissima. Per condensare in queste poche righe il giudizio sull’evento di sabato scorso a Tratalias, sapientemente organizzato dalla nostra diocesi nella persona di don Salvatore Benizzi, non si può non partire dal concetto di bello o anzi, addirittura, di bellissimo. Sì, perché già l’evento in sé, “la giornata per la custodia del creato”, racchiudeva l’evidente volontà di preservare ciò che di più bello ci circonda nella nostra vita ossia il mondo circostante; la natura con i suoi spettacolari colori, odori e con le sue ineguagliabili forme. La cornice dove Dio ha voluto far nascere e prosperare i propri figli: tutti noi. Ma bellissimo è stato anche il tema proposto per dare senso compiuto alla giornata, ovvero quello dell’acqua. L’acqua come elemento base della vita ma anche, metaforicamente ragionando, sangue pulsante ed energia del creato con i laghi, i fiumi, i mari, e di conseguenza quale elemento che, inscindibilmente, correlaziona e nutre ogni essere vivente.
Non è stata fatta a caso, dunque, la scelta di Tratalias che con la sua diga rappresenta il più importante bacino acquifero del Sulcis e, soprattutto, il luogo dal quale grazie all’acqua la natura, cioè il creato, riesce a offrire i propri frutti migliori partendo proprio dalla terra con l’agricoltura.
Durante la giornata, nella quale si sono articolati importanti momenti di preghiera, riflessione e di affascinante confronto teologico e umano sul significato dell’acqua, del lavoro e conseguentemente della vita, si è costruito un meraviglioso senso di comunità tra persone di diversa estrazione culturale e sociale che hanno interagito e legato tra esse. D’altronde quale modo migliore per difendere il creato, dunque noi stessi, se non quello di creare e rafforzare legami sociali e infondere alle persone la consapevolezza di condividere, oltre che la fede per Dio nostro Signore, inevitabilmente un destino comune. Un destino che cambia in funzione di come, insieme, agiamo e ci rapportiamo con gli altri e, soprattutto, con il mondo che ci circonda.
Con il creato insomma.
Da Sua Eccellenza Reverendissima, monsignor Zedda, al mai dimenticato (nel nostro territorio) arcivescovo, Miglio, alla pastora della Chiesa Battista, teologa, Green, fino agli esponenti delle attività produttive territoriali, sono stati molti gli interventi che si sono susseguiti e che hanno generato importanti spunti di riflessione sul tema proposto. Ma uno in particolare, secondo il mio modesto parere, ha rappresentato meglio di tutti l’essenza più genuina e il significato profondo della giornata; ed è stato quello del noto “guerriero” dei mari sulcitani, il pescatore Luciano Maricca. Un devoto lavoratore da anni in prima linea nel difendere il proprio lavoro e quello dei propri colleghi ma anche, con azioni concrete e quotidiane, il mare in quanto tale, dove è nato, cresciuto e grazie al quale ha potuto sinora vivere e trarre il sostentamento per far prosperare la propria famiglia.
La sua semplicità espositiva e il grave peso dei suoi moniti in difesa dell’ecosistema marino, corroborati della innegabile credibilità di chi conosce il problema perché lo vive ogni giorno sopra la propria pelle, hanno ingenerato in tutti i presenti quel sentimento di irrequietezza utile per comprendere i rischi ai quali andremo incontro se non sapremo cambiare il nostro modo di vivere plasmandolo a difesa dell’ambiente che ci circonda partendo proprio dal mare che oggi agonizza, invaso da un numero sempre più crescente di rifiuti inquinanti.
Chiaramente i temi proposti per essere affrontati nella loro complessità in ambito globale, necessiterebbero di grande condivisione sociale, e proprio per questo è fondamentale, sulla scia dell’enciclica “Laudato Sì” di Papà Francesco, l’organizzazione di simili eventi.
A tal proposito, va dato merito alla diocesi del nostro territorio, così come è stato ricordato da Sua Eccellenza, Arrigo Miglio, nell’intervento di chiusura, di essere l’unica che anche quest’anno ha saputo organizzare questo evento in Sardegna e che già si sta preparando per il prossimo anno.


Pubblicato su “Sulcis Iglesiente Oggi”, numero 33 del 30 settembre 2018

 

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