L’eredità delle visite del Papa in Sardegna

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A distanza di dieci anni dalla visita di Benedetto XVI e cinque da quella di Francesco, dialogo con l’arcivescovo di Cagliari mons. Arrigo Miglio sulla lezione di queste visite per la Chiesa e la società sarda

Lavoro e società, l’eredità delle visite di Benedetto XVI e Francesco in Sardegna

di Mario Girau

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Mons. Arrigo Miglio

Settembre dei grandi appuntamenti per la Chiesa sarda. Dieci anni fa Benedetto XVI dalla Sardegna invita la classe politica a rinnovarsi negli uomini e nei programmi; cinque anni fa Papa Francesco costruisce nella nostra isola i capisaldi della nuova cultura cristiana del lavoro. L’arcivescovo di Cagliari e Presidente della Conferenza Episcopale Sarda, monsignor Arrigo Miglio, spiega significato, importanza e lezioni di questi due visite pastorali per la Chiesa e la società sarda e indica alla futura Giunta regionale le principali priorità per la Sardegna.

Papa Francesco non ha mai dimenticato il viaggio fatto a Cagliari il 22 settembre 2013. L’ha ricordato anche qualche giorno fa in un’intervista a “Il Sole 24 Ore”. Quale impressione suscita in Lei sapere che il Papa, pur tra mille impegni e preoccupazioni, riserva uno spazio alla Sardegna?

Dopo la visita fatta a Cagliari posso dire che quasi ad ogni occasione che ho avuto di salutarlo personalmente, in occasione di varie udienze, Papa Francesco mi ha chiesto qualche cosa su Cagliari e sulla Sardegna, dimostrando di ricordare benissimo i nostri problemi e i diversi incontri avuti a Cagliari il 22 settembre 2013. Per me questo è motivo di gioia ma anche di fiducia, sapendo che il Papa ci segue da vicino e ci ricorda. Anch’io sono stato colpito dal riferimento alla Sardegna fatto da Papa Francesco nell’intervista data a Il Sole 24 Ore.

Papa Francesco ha presentato a Cagliari i capisaldi della nuova cultura cristiana del lavoro, uno dei temi ricorrenti e principali del suo magistero. Al centro del lavoro il Papa mette la speranza. Ma la speranza non crea occupazione.

Non sono d’accordo. La speranza crea occupazione, perché speranza vuol dire guardare al futuro, avere progetti o, come dice spesso Papa Francesco, sognare. È la rassegnazione che non crea posti di lavoro. Occorre dunque sempre tenere viva e coltivare la speranza, coltivare sogni belli e insistere per realizzarli. Il Papa lo ha ribadito nell’incontro avuto con i giovani italiani lo scorso 11 e 12 agosto a Roma, dove erano presenti anche alcune migliaia di giovani della Sardegna. Certo la speranza è impegnativa, richiede impegno e fantasia, occorre motivarla, partendo ad esempio dalle risorse presenti, come ci insegna la pagina evangelica della moltiplicazione dei pani: Gesù inizia chiedendo ai discepoli “Quanti pani avete?” e parte dai 5 pani e 2 pesci. Risorse naturali, risorse umane, giovani da incoraggiare, formazione scolastica e professionale da sostenere in rapporto alle possibilità di lavoro, ecc.

I vescovi sardi si sono messi sulle orme del Papa e dal 2014 indicano “le condizioni per un cammino di speranza”. Dopo 4 anni quali risultati ha dato questo “cammino”?

Uno dei risultati è stato sicuramente quello di portare a Cagliari la 48a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, facendo quindi convergere l’attenzione della Chiesa Italiana verso la nostra regione. Uno degli obiettivi principali a mio avviso rimane quello di sensibilizzare ai problemi sociali le comunità cristiane locali, aiutandole a comprendere che una vita cristiana è gravemente carente se non si apre alle povertà dei fratelli, vicine e lontane, ma anzitutto quelle vicine, andando oltre l’assistenza immediata, pur necessaria e davvero generosa da parte di tante persone; occorre però andare alle cause delle povertà,  cercare vie di soluzione, non attendere fatalisticamente che altri ci pensino ma cominciando con iniziative anche piccole. Abbiamo anche diverse buone pratiche promosse dalla Chiesa, coi giovani, col Progetto Policoro, con terreni dati a cooperative, ecc.

or130922093939_246165I vescovi sardi, col Papa, si dicono chiamati a farsi interpreti “di tutta la sofferenza della nostra terra incoraggiando persone e istituzioni nel loro difficile cammino”. Quali i risultati di questo incoraggiamento?

Abbiamo cercato di incoraggiare le istituzioni, a livello locale e a livello regionale; sono stati stipulati anche alcuni protocolli destinati a promuovere sinergie, sia nel campo del restauro del patrimonio artistico-religioso, mettendo insieme risorse regionali e risorse provenienti dall’otto per mille della Cei, sia nel campo socio assistenziale e nell’ambito di iniziative culturali. Più in generale vorremmo aiutare persone e istituzioni a non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà, penso ad es. all’alta percentuale di astensionismo riscontrata nelle ultime consultazioni elettorali o agli aspetti negativi di una certa politica, fattori che possono creare scoraggiamento. La responsabilità e l’impegno per il bene comune riguarda tutti, società civile e comunità religiosa, pur nella distinzione di compiti e competenze.

Visto da un osservatore attento e coinvolto nelle vicende sarde, che cosa manca ai sardi per risolvere da soli alcuni problemi strutturali?

Direi che ai sardi non manca nulla per risolvere alcuni problemi strutturali quali ad es. una continuità territoriale vera, le comunicazioni interne e con il resto d’Europa, il problema energetico, e altro. Occorre insistere e concentrarsi su quelle che sono le priorità, con realismo. Non mancano le idee, non mancano le persone sensibili e competenti, non manca neppure la giusta autoconsapevolezza ed autostima culturale, che permette di perseguire un modello di sviluppo calibrato sulla regione, senza complessi nei confronti di altre regioni. La Sardegna è a “statuto speciale”, non solo nella sua carta fondamentale, ma lo è nella realtà ambientale e culturale e questa condizione speciale va a mio avviso salvaguardata. Anche da questo punto di vista è importante il patrimonio linguistico e come vescovi speriamo di giungere presto ad un maggiore spazio delle lingue sarde anche nella liturgia, come già avviene nelle diverse espressioni della pietà popolare.

Non Le sembra che i giovani sardi siano un po’ troppo rassegnati a questa situazione e alla lotta preferiscano l’emigrazione: sembra una fuga?

Non credo che i giovani sardi emigrino tutti volentieri, molti lo fanno perché non vedono altra via, ma ciò significa che non sono rassegnati e intendono cercare strade possibili; un certo numero di loro tornerà. Molti giovani sardi emigrano dopo aver tentato strade, bussato a molte porte e magari aver conosciuto l’umiliazione di chiedere qualche accozzo

Fra 5 mesi la Sardegna avrà un nuovo governo. Quali le priorità, secondo Lei, per i futuri amministratori?

Lavoro, giovani da incoraggiare e accompagnare, politica di sostegno alla famiglia, in primo luogo alle famiglie numerose, considerando la crisi demografica di cui soffre la regione: queste sono alcune priorità che stanno sotto i nostri occhi da tanto tempo; altre questioni sono forse ancora più complesse e sempre urgenti; ho già accennato a una più completa continuità territoriale; non dimentichiamo il problema delle scuole paritarie, che non è sinonimo di scuola privata ma di scuola pubblica non statale, secondo la legge che porta il nome di Luigi Berlinguer: vogliamo ricordarci che tali scuole costituiscono un risparmio per l’ente pubblico? e vogliamo parlare anche di pluralismo culturale?

La sua più grande preoccupazione pastorale, come vescovo di Cagliari e come presidente della CES.

Una comunità cristiana unita che contribuisca alla sinergia di tutte le forze sane della regione; una pastorale che si faccia carico delle povertà e delle sue cause; parrocchie sempre aperte ai giovani, con la collaborazione attiva di tanti laici, famiglie anzitutto; una migliore comunicazione con la società per essere conosciuti, noi chiesa, per ciò che siamo veramente, compreso l’ambito economico e il volume di generosità che sostiene la Caritas e le altre organizzazioni caritative.

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Cagliari, 7 settembre 2008. Papa Benedetto XVI davanti la statua della Madonna di Bonaria protettrice della Sardegna. Foto Siciliani-Gennari/SIR

Dieci anni fa da Cagliari Benedetto XVI chiedeva il rinnovamento della classe politica. C’è stato in Sardegna e a livello nazionale?

Non è mancato, nonostante tutto. Invito a tenere presenti i molti giovani, anche sindaci, impegnati a livello locale: sono un segno di speranza, da accompagnare e sostenere, facendo in modo che non venga meno il loro rapporto diretto con la gente.

A un anno dalla “Settimana sociale” che cosa è rimasto alla Sardegna di quella tre giorni?

Vorrei dire a tutti che a distanza di un anno continuo a raccogliere commenti positivi da parte di vescovi e di laici delle diverse regioni italiane, per l’accoglienza, per il clima di partecipazione e anche per il coinvolgimento delle istituzioni regionali e locali. Ci siamo fatti conoscere bene; alcuni sono tornati recentemente in Sardegna proprio grazie a quelle giornate. Inoltre abbiamo ricevuto un patrimonio di idee e di esperienze che non dobbiamo disperdere, grazie anche all’impegno delle diverse diocesi della regione, raccolto durante la preparazione della Settimana Sociale.

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