Ad un anno dall’incendio alle porte di Iglesias. Monteponi terra bruciata

Monteponi
Miniera di Monteponi, 26 giugno 2018. Foto di Giampaolo Atzei

Pubblicato su “Sulcis Iglesiente Oggi”, numero 25 dell’8 luglio 2018


di Jacopo Casula

Malgrado sia già passato un anno dal grande incendio che ha colpito la zona di Monteponi, alle porte di Iglesias, conversando con tante persone è facile avere da loro un ricordo chiaro e preciso di quelle ore. Non solo tra gli abitanti di Monteponi, ma anche tra le tante persone che in molte zone della città hanno seguito con sgomento le fasi della lotta contro il fuoco e che hanno visto il fumo salire in cielo dai numerosi focolai. Una prova dell’impatto avuto dall’incendio nell’immaginario collettivo, e delle ferite profonde che ha lasciato in una zona che era stata il cuore delle attività minerarie del territorio.
Percorrendo a piedi le strade di campagne, nelle aree che erano state colpite dal fuoco, la prima cosa che colpisce è come la natura sappia rinascere dalle proprie ceneri. Nel terreno annerito, le piogge di quest’anno hanno aiutato l’erba a ricrescere, ed in alcune zone tutto sembra tornato come era prima, ma in molti casi, se si osserva con più attenzione, si rimane senza fiato davanti agli alberi con i rami carbonizzati, che puntano verso il cielo come se fossero le braccia di una persona che invoca aiuto.
Dopo un anno sono rimaste ferite profonde, nell’ambiente sconvolto dal rogo, nel tessuto produttivo e persino nell’animo delle persone che hanno visto le fiamme lambire le proprie case ed i propri averi.
Voci nel silenzio di Monteponi. Abbiamo raccolto le testimonianze di queste persone, vincendo la ritrosia di chi, dopo dodici mesi, ha ancora difficoltà a raccontare la paura di quei momenti, il disagio delle settimane successive, e la delusione per gli impegni assunti e disattesi da chi avrebbe dovuto contribuire a far rivivere una zona come quella di Monteponi. Le persone che abbiamo incontrato, ci hanno chiesto di non essere citate in maniera completa e di utilizzare solo la lettera iniziale del cognome, una scelta dettata dal pudore e dall’amarezza, emblematica di come l’incendio del 26 giugno 2017 abbia creato un prima e un dopo nella vita di tanti.
Ilaria P. ricorda perfettamente la paura di quella giornata: “Fortunatamente la mia casa sorge nella parte superiore del quartiere, dove le fiamme non sono arrivate in maniera diretta. Per settimane l’odore di bruciato è stato molto forte, e dopo un anno ancora non abbiamo visto grandi interventi di recupero, solo piccoli interventi di messa in sicurezza degli alberi carbonizzati”.
Ancora più difficile la situazione per chi abitava nella zona di Villamarina, alle porte di Iglesias, tra le prima aree ad essere invase dal fuoco ed avvolte dal fumo.
Nicola F. quel pomeriggio era nella zona, in visita da alcuni parenti, e per lui è impossibile dimenticare la concitazione di quei momenti: “I Vigili del Fuoco ci hanno chiesto di abbandonare rapidamente le case, con il fuoco che si avvicinava sempre di più alle abitazioni. Da allora tutti in questo quartiere si sono sentiti un po’ messi da parte, malgrado quanto è stato loro detto dai politici in campagna elettorale, che hanno promesso di tener conto dei problemi concreti degli abitanti”.
Anche nella zona di via Vergine Maria, malgrado fosse più lontana dai focolai principali, la paura è stata tanta. Mauro O. più di tutto è rimasto colpito dall’immobilismo delle Istituzioni: “Sembra che tutto si sia fermato ad un anno fa, mi sarei immaginato numerosi interventi di recupero, una maggiore attenzione insomma”.
Il punto sulla situazione. Nei giorni scorsi, una lettera aperta, scritta da Enrico Contini, presidente dell’Associazione Mineraria Sarda, pubblicata su queste pagine, ha acceso il dibattito sul silenzio e sul disinteresse per un’area ricca di storia e di potenzialità di sviluppo future.
Abbiamo incontrato Contini per approfondire i concetti espressi nella lettera, in una conversazione a tutto campo sui problemi dell’area mineraria di Monteponi, evidenziati dalla devastazione seguita al grande rogo.
“È stato un disastro sul quale è calata una cappa di silenzio e del quale gli iglesienti non capiscono ancora le dimensioni”. Prosegue Contini: “Non c’è stata un’adeguata attenzione nei confronti del polo di Monteponi, e non ne è stata percepita la strategicità. Sarebbe stata necessaria un’azione più sinergica ed energica di tutti i soggetti coinvolti, a partire da IGEA e dall’Amministrazione comunale”.
Nel silenzio assordante delle Istituzioni, IGEA in particolare, secondo Enrico Contini, “ha la responsabilità di non avere tutelato e garantito un rapido e pieno riavvio delle forniture elettriche e idriche del polo AUSI, nato per la formazione universitaria e diventato nel tempo un centro studi all’avanguardia”. Come nel caso dei progetti del CESA (Centro Eccellenza Sostenibilità Ambientale), “compromessi probabilmente in maniera definitiva dai danni e dalla dismissione del laboratorio chimico di IGEA, fermo da un anno, e le cui attività sono state terziarizzate”. Senza dimenticare l’allarme causato nei mesi scorsi dal “fuoco sotterraneo”, con le tracce di fumo che provenivano, in alcune zone, dal sottosuolo, ed i possibili pericoli di dissesto idrogeologico, causato dall’abbattimento degli alberi e dal potere frenante delle loro radici che è venuto a mancare.
Riflettere sulla tutela del creato. Questioni che si inseriscono in un discorso più ampio, sul futuro di un territorio in cerca di una sua vocazione, e sulla tutela del creato, come sottolineato lo scorso 30 settembre, in occasione della Giornata diocesana per la custodia del creato, quando le parole dell’enciclica “Laudato si’” di papa Francesco, avevano accompagnato il cammino dei partecipanti lungo un percorso che ha attraversato le aree di Monteponi interessate dall’incendio, fino ad arrivare al santuario della Madonna del Buon Cammino.
Don Adolfo Armosini, parroco di Santa Barbara a Monteponi, offrendoci una sua considerazione, ha parlato dell’importanza fondamentale di tutelare l’ambiente nel quale viviamo, “poiché l’incendio è stato una sciagura tremenda, fonte di un grande dolore per tutti, ma può spingerci a capire quanto sia necessario tutelare il creato”.

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