Dopo il voto a Iglesias. Una città con la politica da ricostruire

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Piazza Sella a Iglesias in una foto d’epoca. Fonte: Sardegna Digital Library

Pubblicato su “Sulcis Iglesiente Oggi”, numero 24 del 1 luglio 2018


di Giampaolo Atzei

Mauro Usai è il nuovo sindaco di Iglesias. Il candidato sostenuto da Partito Democratico, Rinnova Iglesias, Piazza Sella e Il tuo segno per Iglesias si è imposto al ballottaggio di domenica scorsa su Valentina Pistis, sostenuta invece da Fratelli D’Italia, Cas@ Iglesias, Riformatori Sardi, Iglesias in comune e Forza Italia, con il 52,08%, pari a 5.687 voti, 454 voti in più della sfidante, ferma a 5.233 preferenze, ovvero il 47,92%. Per lei solo la soddisfazione di un forte ma inutile recupero: Pistis aveva infatti raccolto al primo turno 3.865 voti contro i 5.728 di Usai, al ballottaggio la prima ha conquistato 1.368 voti, il secondo ne ha perso 41 nonostante avesse incassato l’appoggio esplicito di Carlo Murru, che al primo turno aveva raccolto 1.038 voti.
Alta l’astensione, che ha superato la metà del corpo elettorale: ha difatti partecipato al voto solo il 46,51%, vale a dire appena 11.192 elettori, 3.037 in meno rispetto al primo turno del 10 giugno, quando partecipò al voto il 59,13%. Nella storia delle elezioni amministrative iglesienti mai si era registrata una tale disaffezione al voto sia al primo turno che al ballottaggio, consegnando agli annali il primo sindaco eletto dalla minoranza degli elettori. Larga parte degli iglesienti, nonostante i ripetuti appelli al voto, hanno così scelto la via del disimpegno, già astenendosi con il 41% per l’intera chiamata al voto e radicalizzando questa scelta al secondo turno, quando l’astensione ha toccato il 53,49%. Sono dati su cui riflettere, che, sebbene in stretta aderenza col dato nazionale (47,61% al ballottaggio e 60,42% al primo turno) denunciano come anche nella nostra regione, e segnatamente a Iglesias, città dal passato industriale e dalla radicata partecipazione politica, la crisi nelle Istituzioni sia arrivata a livelli allarmanti. Non ha certamente aiutato il livello della competizione e delle ultime esperienze amministrative: ripetuti commissariamenti del Comune negli ultimi anni, formazioni politiche dalla cangiante connotazione orientata all’interesse di parte, un dibattito politico che non riesce ad elevarsi dalla rincorsa su Facebook con pochi contenuti espressi e ancor meno voglia di ascoltare, sono tutti elementi che non aiutano a ritrovare fiducia nelle Istituzioni e nella libera espressione del voto.
È poi emblematico come Iglesias riesca poi sempre ad essere controcorrente. Nel 2011, di fronte alla marea arancione dei sindaci che conquistarono l’Italia, da Milano a Napoli e Cagliari, la città mineraria premiò il centrodestra, con Ginetto Perseu che ebbe la meglio su Marta Testa, che avrebbe potuto essere la prima donna sindaco di Iglesias. Sette anni più tardi, con il Pd in rotta in tutta la nazione, quando addirittura perde i bastioni rossi della Toscana, a Iglesias vince invece proprio con un candidato dem di 29 anni, leader regionale dei giovani del partito. Per Usai è un successo personale indubbio, per chi immaginava già una città in rosa invece se ne riparlerà un’altra volta, visto che Iglesias si è negata nuovamente la possibilità di un sindaco donna. Con Usai ritorna poi un sindaco under trenta, dopo l’exploit di Mauro Pili, classe 1966, eletto nel 1993 a 27 anni: un segno comunque di rinnovamento, accompagnato alla giovane età anche degli avversari Valentina Pistis (33) e Federico Garau (26).
Chi conserva memoria della politica cittadina, boccheggiando un toscano da par suo, qualche giorno prima del voto profetizzava che sarebbe poi andata come proprio è andata: troppo importante era la partita, troppo forti gli interessi in gioco, la sopravvivenza prima delle Regionali di forze politiche che hanno determinato la storia di questo territorio negli ultimi decenni e che già avevano perso Carbonia, il regolamento di conti per la segreteria regionale del Pd. Per la sinistra come per la destra, Iglesias rimane sempre una forma di laboratorio in cui testare soluzioni future e le elezioni non sono mai semplici chiamate al voto, sono battaglie campali. Se nel 2011 si era arroccati sul Piave, stavolta eravamo a Stalingrado e la resistenza è stata egualmente vincente, grazie all’apporto – stavolta meno potente ma egualmente decisivo – del posizionamento tattico dell’Udc di Giorgio Oppi, allora a destra oggi a sinistra. Oltre ogni merito e ogni considerazione su una campagna elettorale urlata e scialba, povera di contenuti, con qualche inaugurazione e getto d’asfalto di troppo, già sufficiente causa di disinteresse, il lungo balletto di corteggiamento e infine il connubio, che ha avvicinato Pd e Udc, ha così prodotto il suo risultato vincente. Ora che il voto ha espresso l’eletto, potremo finalmente scoprire quale sarà il destino della sanità locale, quali equilibri dovrà gestire il nuovo sindaco, se saprà tenere le briglie di questa eterogenea coalizione – con l’Udc che magari gli sarà avversario alle imminenti Regionali – o se la sua sarà una vittoria di Pirro come quella che coronò Perseu, dimissionario dopo nemmeno un anno dalla sua elezione.
Intanto rimane il panorama di una città in attesa, da ricostruire nella sua classe dirigente e morale, considerata l’esile rappresentatività del suo tessuto imprenditoriale, intellettuale e associativo nelle liste dei candidati al Consiglio presentate quest’anno. Dai partiti e le liste schierate al ballottaggio, sino a Movimento Cinque Stelle e Sinistra Sarda, oggettivi protagonisti dell’astensionismo al ballottaggio, la chiamata alla responsabilità è per tutti. Di sicuro, urge la necessità di una nuova fase formativa di una coscienza politica e rappresentativa, fuori dalle appartenenze ideologiche, corporative e di interesse, a servizio del territorio, della casa comune, dei più essenziali principi del rispetto, della legalità e dell’educazione civica.

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