Nella luce della verità. La lezione di Aldo Moro a quarant’anni dalla morte

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Roma, 9 maggio 1978. Il cadavere di Aldo Moro riverso nel bagagliaio della Renault 4 parcheggiata in via Caetani

Pubblicato su “Sulcis Iglesiente Oggi”, numero 16 del 6 maggio 2018


di Gianluca Scroccu

“Quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta: la verità è sempre illuminante, ci aiuta ad essere coraggiosi”. È questa una delle frasi più belle dal discorso ai gruppi parlamentari della DC pronunciato da Aldo Moro il 28 febbraio 1978, a pochi giorni dal sequestro che avrebbe portato all’assassinio della sua scorta e al suo rapimento, conclusosi tragicamente il 9 maggio dello stesso anno. È in quei cinquantacinque giorni del marzo-maggio 1978 di quaranta anni fa del sequestro più famoso della politica italiana del Novecento, dopo quello di Giacomo Matteotti del 1924, che si devono ricercare molte delle ragioni della crisi attuale, a partire dalla dissoluzione dell’agire collettivo del nostro Paese e dall’affiorare di quella frantumazione sociale da cui è emerso un individualismo sempre più marcato. Nel “Memoriale” e nelle bellissime lettere ai familiari e alle autorità politiche, sia del suo partito che delle altre forze della scena pubblica, paragonate per bellezza e passione all’epistolario dal carcere fascista di Antonio Gramsci, si possono ricavare gli spunti per ripensare e riscoprire una tragedia italiana che rimane come una ferita non ancora rimarginata della nostra storia a distanza di quattro decenni. Una vicenda, quella del rapimento e dell’assassinio da parte delle Brigate Rosse, che ha appassionato storici e cultori dei misteri italiani per le tante pagine poco chiare e i frammenti sparsi che hanno impedito di avere un quadro chiaro di quegli avvenimenti. La fine della parabola umana del leader democristiano è però diventata un elemento quasi d’ostacolo per cogliere la complessità della sua figura, finendo per relegare a spazi sempre più angusti la riflessione sulla sua intera vita politica. I misteri del caso Moro hanno riempito scaffali delle librerie e ispirato opere teatrali e cinematografiche, ma hanno finito per schiacciare inevitabilmente l’interesse e lo studio complessivo della sua vita. Un vero peccato, perché Aldo Moro è stato un personaggio centrale della storia dell’Italia repubblicana, politico e intellettuale insieme, capace come pochi di leggere i cambiamenti della società italiana e di interpretarli alla luce delle dinamiche politiche nazionali ma sempre all’interno del contesto internazionale, quello difficile della guerra fredda. Dirigente nazionale dell’associazionismo cattolico, giovanissimo costituente, fondamentale protagonista di un modo di fare politica basato sulla mediazione, non esente da critiche feroci dai suoi avversari, Moro ebbe una caratura intellettuale di primo ordine, giurista e docente universitario di grande valore, cattolico animato da una profonda fede che non intralciava la sua azione politica profondamente laica, ma che sapeva trarre dal Vangelo l’ispirazione alla solidarietà e all’uguaglianza. Paziente e ragionatore, con quelle riflessioni articolate e multiformi che la nostra scena pubblica, oggi ridotta a marketing e spot, disdegna ma di cui, forse, avremmo bisogno in un momento in cui occorre restituire alla politica il coraggio di ragionare in maniera complessa. Fu questo infatti un tratto distintivo di Moro per tutta la sua esistenza, dalle aule della Costituente sino all’angusta prigione in cui era stato imprigionato dalle BR. Il leader democristiano era infatti una personalità capace di leggere i mutamenti della società, da quelli impetuosi degli anni del miracolo economico, dove gli italiani scoprivano l’ebbrezza del consumo diffuso e accessibile ben lontano dall’austerità degli anni del dopoguerra, a quelli ben più tumultuosi degli anni Settanta, con l’emergere degli estremismi di destra e sinistra legati ai progetti eversivi, cui faceva da contraltare la diffidenza dell’alleato americano verso un paese giudicato come una democrazia “sospesa”, indecifrabile e pericolosamente attraversata da un forte consenso elettorale per il Partito Comunista. Da qui le due grandi formule del centro-sinistra e della solidarietà nazionale col compromesso storico, due visioni inclusive delle forze di sinistra chiamate a misurarsi con l’etica della responsabilità del governo della cosa pubblica al di là dei propri rigidi schemi ideologici. Per arrivare a questo obiettivo Moro era consapevole del fatto che fosse necessario lavorare pazientemente in un’ottica di condivisione e di confronto, in vista di un consenso che fosse il più ampio possibile. Solo in questo modo potevano essere attenuate quelle conflittualità sempre più forti che a suo avviso rischiavano di mettere in crisi il sistema politico, economico e sociale italiano. Una pratica condivisa, non necessariamente destinata a durare a lungo ma certamente in grado nell’immediato di offrire prospettive di governo della cosa pubblica nel solco del dettato costituzionale. Una tattica che non gli risparmiò critiche anche feroci da avversari politici e commentatori, che in quel suo modo di procedere vedevano i segnali di una pratica trasformistica che rischiava per l’ennesima volta di annullare l’ansia di rinnovamento presente nel Paese. Eppure Moro aveva compreso come nei momenti di crisi la democrazia rischi di collassare qualora le forze politiche e sociali non siano in grado di trovare un minimo comune denominatore su cui imperniare un’azione che diventi utile e necessaria per il benessere della collettività. Una lezione ancora viva e da tenere in considerazione anche alla luce del difficile momento politico che stiamo vivendo in queste settimane.

Per saperne di più:

  • Guido Formigoni, Lo statista e il suo dramma, Il Mulino, 2016
  • Massimo Mastrogregori, Moro, Salerno editore, 2016
  • Renato Moro, Daniele Mezzana (a cura di), Una vita, un paese. Aldo Moro e l’Italia del Novecento, Rubbettino, 2014

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