Museo diocesano. Una mostra sull’opera dei gesuiti a Iglesias

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La direttrice del Museo diocesano Silvia Medde accompagna i visitatori durante l’inaugurazione della mostra. Foto di Efisio Vacca

di Giulia Loi

Il 22 aprile presso il Museo diocesano di Iglesias è stata inaugurata la mostra “Eorum societas caussas mille salutis habet – L’opera dei Gesuiti ad Iglesias” in occasione della terza Fiera del Libro di Iglesias, che ha come tema “Costruire – nec sine labore”. Il percorso espositivo, creato in collaborazione con l’Ufficio beni culturali, la Biblioteca diocesana e l’Archivio storico diocesano, cerca di delineare la storia dei Gesuiti in città, passando da ciò che hanno fisicamente costruito, come la chiesa della Purissima e il collegio annesso, fino a parlare di ciò che hanno “costruito” da un punto di vista missionario, pastorale, catechistico ma soprattutto educativo.
La mostra è stata inaugurata da mons. Carlo Cani, direttore dell’Ufficio beni culturali della diocesi di Iglesias, che ha ringraziato la direttrice del museo Silvia Medde, la direttrice dell’archivio storico diocesano Licia Meloni, lo studioso Roberto Poletti, e quanti altri hanno collaborato nella ricerca e nell’allestimento della mostra, compresa l’associazione di volontariato Itinerartis, sottolineando come queste iniziative apparentemente piccole aiutino a far conoscere la nostra città e la nostra storia, mostrando il passato con uno sguardo verso il futuro. Silvia Medde ha poi proseguito con la presentazione del percorso espositivo, che si articola in due stanze: nella prima è delineata la storia dei gesuiti a Iglesias, dove giungono nel 1580 e che lasciano nel 1773 a seguito della soppressione dell’ordine da parte di papa Clemente XIV. Restano quindi per quasi due secoli in città. La particolarità dell’arrivo della Compagnia è che è stata proprio la cittadinanza a volerlo, in modo che potessero costruire coscienze, educazione e cultura. I Gesuiti davano molta importanza al libro, tanto che si possono considerare i primi ad aver inventato il concetto di “biblioteca pubblica”, dato che i loro libri potevano essere consultati non solo dagli studenti ma anche dai cittadini. È per questo che la prima stanza ospita una serie di volumi provenienti dalla biblioteca diocesana, che vogliono illustrare quello che era il percorso educativo proposto dai seguaci di Ignazio da Loyola. Tale percorso era illustrato dalla Ratio Studiorum, una raccolta di documenti che riguardano l’organizzazione e il metodo di studio. I libri venivano acquistati e scelti dagli insegnanti o derivavano da lasciti e testamenti.
Tra i libri si possono vedere una De istitutione grammatica di Manuel Alvares ma nella versione curata da Orazio Torsellini. Molto interessante inoltre la Bibbia – grazie alla quale, attraverso i testi più semplici, si studiava la grammatica, unendola così allo studio dei testi sacri – della quale è esposta una copia del 1588; questa è seguita da un’edizione dell’Ab urbe condita libri di Tito Livio – uno dei testi utilizzati nel quarto anno di studi inferiori, quello dell’umanità – e una delle opere di Orazio per lo studio della retorica. Completano la collezione di libri un volume di Aristotele e uno di San Tommaso D’Aquino, rispettivamente i punti di riferimento degli studi superiori imposti dalla Ratio: un corso di filosofia di tre anni o uno di teologia di quattro anni.
La seconda sala ospita una serie di opere documentate negli inventari consultabili fra i documenti appartenuti ai padri, che si conservano presso l’Archivio storico diocesano e due dei quali sono visibili tra gli oggetti esposti. Purtroppo molte suppellettili sono andate perdute nel corso dei secoli, ma alcune di grande pregio sono comunque visibili nella mostra: calici, cartagloria, un prezioso ostensorio, una lampada pensile, un volume di un’opera di Roberto Bellarmino con un frontespizio riccamente disegnato. Infine è assai interessante il caso di due crocifissi in avorio provenienti dall’America Latina, donati da confratelli iglesienti che assunsero ruoli di rilievo nelle gerarchie dell’ordine e inviarono tali oggetti di pregio alla comunità natia.

 

 

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