World Happiness Report 2018. I soldi (e il PIL) non fanno (tutta) la felicità

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di Annalisa Atzei

“La ricerca della felicità è uno scopo fondamentale dell’umanità”, così nel 2012 dichiarava l’ONU quando istituiva la Giornata Mondiale della Felicità, invitando tutte le istituzioni a celebrarla il 20 marzo di ogni anno, attraverso “attività educative di crescita della consapevolezza pubblica”. Lo stesso anno, sempre le Nazioni Unite, presentavano il primo Rapporto Mondiale sulla Felicità, strumento chiamato a misurare il “livello di felicità” in 156 Paesi diversi.
Nel 2018, quasi in coincidenza con la Giornata Mondiale, è stato presentato in Vaticano, nella sede della Pontificia Accademia delle Scienze, il nuovo report per l’Italia, giunto alla sua ottava edizione e arricchito quest’anno di un’analisi sulle popolazioni migranti e sul loro livello di felicità rispetto ai Paesi considerati. Il Rapporto è prima di tutto un documento che testimonia come oggi la percezione del livello di benessere di un paese non possa essere più valutata solamente in base a indicatori come il Pil (Prodotto Interno Lordo), che poco o nulla raccontano della qualità della vita così come viene percepita dalle persone. Per questo il Rapporto sulla Felicità prende in considerazione altri fattori: sostegno sociale, speranza di vita, libertà, generosità, assenza di corruzione sono le sei variabili che accompagnate al Pil pro capite hanno permesso per ciascuno dei 156 Paesi analizzati di misurarne il benessere. In base a questi parametri, la Finlandia si classifica al primo posto come il Paese più felice del mondo, seguita dalla Norvegia (che lo scorso anno si meritò il podio più alto) e la Danimarca al terzo posto. Seguono poi Islanda, Svizzera e Olanda e il Canada, prima nazione non europea, e poi Nuova Zelanda, Svezia e Australia a chiudere le prime dieci posizioni. Il Nord Europa si riconferma quindi anche quest’anno come quella parte del globo in cui si vive più felici: tutti paesi in cui le tasse sono particolarmente alte rispetto al resto del Vecchio Continente, ma dove l’evasione e l’elusione fiscale da parte dei contribuenti è ridotta al minimo perché adempiere ai propri obblighi fiscali e tributari è considerato un investimento per poter vivere meglio.
Prima la Finlandia anche nella graduatoria per gli indicatori che misurano la felicità degli immigrati. In questa rilevazione, come spiegato dai curatori del report, “il dato che colpisce di più è la generale corrispondenza tra la felicità degli immigrati e quella degli abitanti”. Infatti, in generale i primi dieci Paesi della classifica sulla felicità complessiva si collocano anche nei primi posti della classifica sulla felicità degli immigrati; nonostante questi provengano da Paesi con livelli di felicità molti diversi tra loro, i giudizi che emergono sulle loro vite tendono ad allinearsi con quelli degli altri residenti dei Paesi ospitanti, per cui chi sceglie paesi più felici diventerà più felice e viceversa per chi arriva in un paese meno felice. Il Rapporto rivela un momento difficile per gli Stati Uniti, che si classifica al 18esimo posto, quattro in meno rispetto al 2017; difficoltà anche per il Giappone (54esimo posto), la Russia (59esimo) e la Cina (86esimo) a cui il report dedica un intero capitolo sul fenomeno della immigrazione interna, dai villaggi alle città, nel Paese asiatico. Tornando in Europa, la Germania si aggiudica il 15esimo posto, seguita dalla Gran Bretagna (19esimo) e dalla Francia (23esimo). Più in basso l’Italia al 47esimo posto (39esimo per felicità degli immigrati), che guadagna una posizione rispetto all’anno scorso. In fondo alla classifica l’Africa più profonda con Sudan, Repubblica centro-africana e, ultimo in assoluto, il Burundi.

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