“Nel Sulcis Iglesiente la riconversione è possibile”. Intervista al deputato Pino Cabras

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Intervista a Pino Cabras, deputato eletto nel collegio uninominale di Carbonia

“Nel Sulcis Iglesiente la riconversione è possibile: industria avanzata e ambiente, lavoro sotto il segno della pace”

di Giampaolo Atzei

Dalla notte del 4 marzo, Pino Cabras è il rappresentante del Sulcis Iglesiente alla Camera dei Deputati, eletto per il Movimento 5 Stelle nel collegio uninominale 3 di Carbonia, esteso dal sud-ovest sardo sino all’area metropolitana di Cagliari. Cinquant’anni, laurea in scienze politiche e master, sposato con due figli, vive a Selargius; nel curriculum il lavoro con la Sfirs, la finanziaria regionale, e diverse pubblicazioni, tra cui un libro con Giuletto Chiesa (Barack Obush, 2011), la condirezione del sito Megachip.info e la co-fondazione di Pandora TV.
In virtù del Rosatellum che ha riesumato i collegi uninominali di maggioritaria memoria, per Cabras, assieme ai suoi colleghi del Movimento 5 Stelle che hanno fatto il pieno nei collegi sardi di Camera e Senato, ecco la responsabilità di una relazione diretta col territorio che l’ha votato con il 45,78%. Con lui, alla luce del messaggio dei vescovi sardi ai nuovi parlamentari isolani, abbiamo discusso delle emergenze della comunità diocesana, che si identifica territorialmente nel Sulcis Iglesiente, e di come si proporrà in Parlamento quale espressione di questo delicato lembo di Sardegna.

On. Cabras, è stato eletto con oltre 80.000 voti nel collegio uninominale di Carbonia, quasi un elettore su due ha votato per lei. Dove nasce un successo così ampio?
In questi anni il Movimento Cinque Stelle è stato percepito come il più organizzato, popolare e solido progetto di opposizione all’attuale sistema. La novità del 2018 è il programma di governo, pragmatico e pronto a essere già avviato, perché usa solo le “leve” dell’azione pubblica subito disponibili. Credo che gli elettori abbiano colto la novità e abbiano visto candidati con storie personali pulite e competenti, pronti ad ascoltare la protesta popolare contro la vecchia politica e disposti a rappresentare un grande cambiamento.

Buoni auspici e propositi per il suo nuovo ruolo di deputato?
In mezzo ai difetti dell’attuale legge elettorale, un pregio c’è: il collegio uninominale obbliga a esprimere un deputato del territorio, il quale a sua volta è investito di un dovere di rappresentanza. Per me significa essere portavoce di una comunità esigente. Dovrò fare sintesi, studiare istanze sempre nuove, trovare soluzioni nel fare le leggi.

Che Sulcis Iglesiente racconterà in Parlamento? Quanto ci condiziona l’etichetta di “provincia più povera d’Italia”? Abbiamo segni di speranza da mettere in evidenza?
Le statistiche ci dicono che non è la provincia più povera. Però fra le province povere è quella la cui vecchia classe politica locale ha usato più di tutte il marchio “Siamo Poveri” per lucrare consenso su programmi che non risolvevano i problemi. Racconterò di un territorio che può diventare tra i più interessanti per i turisti, una terra che necessita investimenti in cura dell’ambiente, scuola, ricerca, industria avanzata.

Alcune situazioni nel dettaglio. A Portovesme si vivono giorni d’attesa. Gli ammortizzatori sociali sono ormai giunti al capolinea, si attende il riavvio dell’ex Alcoa e ancora si confida nella ripresa dell’Eurallumina. Da più parti accusano M5S di essere contro le politiche industriali, può chiarire questa posizione?
Se non ci fossero i drammi del lavoro, queste accuse sarebbero perfino buffe: un ceto politico che ha accompagnato la chiusura delle fabbriche proietta su di noi la sua storica incapacità di salvarle e ci accusa di volerle chiudere. Questa proiezione sugli altri è un meccanismo di difesa primitivo che impedisce ai politici sconfitti di analizzare limiti e responsabilità che appartengono interamente a sé stessi, fermi a quarant’anni fa. La prima cosa da fare per difendere il futuro industriale del territorio è discutere senza tabù. È finito il tempo delle discussioni proibite. Non solo si può, ma si deve criticare l’attuale modello industriale già inceppato. Voglio che si investa nell’industria, altro che chiudere tutto. Devo rivendicare la libertà di trovare alternative a un sistema che altrimenti non uscirà dalle sue contraddizioni. Voglio che esista la manifattura, purché si salvaguardi l’ambiente. A Portoscuso il 45% degli elettori ha votato M5S: non credo che volessero il suicidio industriale del Sulcis. Forse non hanno creduto ai video elettorali dei ministri e dei loro galoppini locali. E forse volevano che il futuro governo nazionale e quello regionale facessero un programma realistico per il Sulcis. Quello attuale non lo è, e infatti non parte.

Numeri alla mano, l’industria sembra però rimanere l’unica soluzione in grado, almeno nel breve periodo, di dare sollievo di massa alla fame di lavoro del territorio. Nel recente messaggio dei vescovi sardi ai nuovi parlamentari, un accento particolare è stato posto proprio sul lavoro, come sottolineato anche dalla Settimana Sociale di Cagliari. Da dove può passare una ripresa occupazionale del territorio?
È notevole il messaggio dei vescovi sardi, sia quando dice che “il lavoro resta la priorità”, sia quando esorta al “rispetto della natura e dell’ambiente nella nostra bella terra”. Risuonano gli stessi temi dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, laddove sostiene che “non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale” e le soluzioni “richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura”. Ripartiamo da qui. Sta a noi la scelta: si può rilanciare un’industria raddoppiando una mega-discarica di fanghi inquinanti, oppure si può trovare una soluzione industriale meno energivora e meno impattante, creando molto lavoro nelle bonifiche anziché compromettere altro suolo. E magari anziché impiccare l’industria alle vecchie filiere, sarà meglio liberarla e connetterla a filiere nuove: se sviluppiamo un vero distretto aerospaziale in Sardegna, avrà pur bisogno di alluminio, magari prodotto con sistemi che costino meno e non leghino il lavoro ai rebus eternamente irrisolti dell’energia troppo cara.

Dai problemi dell’ambiente alla crisi demografica, parliamo di problemi strutturali ma anche degli effetti di un modello sociale da superare. Concorda? Secondo lei l’intervento dello Stato in cosa può concretizzarsi per sostenere amministrazioni, famiglie e comunità?
Più ancora che un modello sociale da superare, è un modello finanziario e fiscale da rovesciare. Se guardo i dati Istat del territorio, in molti Comuni noto una cosa strana: ogni anno la popolazione cala di circa l’uno per cento, ma il numero dei nuclei familiari cresce. Come mai? Significa che si emigra per mancanza di lavoro, e una parte delle famiglie che restano si scinde in nuovi nuclei di solitudine. È una spirale distruttiva da invertire. La proposta del M5S su “reddito di cittadinanza” e “pensione di cittadinanza” è una soluzione per l’articolo 38 della Costituzione, che invoca “mezzi adeguati alle esigenze di vita” per chi non può lavorare o si trova in condizione di “disoccupazione involontaria”. Così come serve il grande investimento che prevediamo per aiutare le famiglie con figli.

Altra questione delicata del territorio sono le servitù militari…
La situazione delle servitù militari è peggiorata con la complicità di un’intera classe dirigente. Nel 2017 la Giunta Regionale ha avuto la faccia tosta di definire “un accordo storico” le proprie mani vuote, che ci ha presentato dopo aver firmato a Roma la propria capitolazione in materia. Va convocata una commissione indipendente internazionale per la quantificazione dei danni economici, sociali, ambientali, sanitari e culturali delle servitù. Se occorrerà, vanno sospese le attività dannose per la salute. Propongo una vertenza con le istituzioni italiane e sovranazionali per bonifiche, dismissione e riconversione, con un piano di indennizzi dignitoso. Si dovranno promuovere progetti su scala internazionale per diversificare le attività economiche nelle zone dipendenti dal settore difesa, riconvertire l’economia e agevolare l’adeguamento delle imprese sane, in tutti gli ambiti. Si può creare tanto lavoro sotto il segno della pace.

In conclusione, la fabbrica di bombe della RWM. Se ne chiede la riconversione, però chi ci lavora teme che questa non sia possibile e teme la chiusura dello stabilimento. Qual è la opinione?
Dobbiamo fare la guerra alla guerra, non ai lavoratori. L’espansione produttiva della fabbrica di Domusnovas dipende troppo dalle esportazioni a un paese, l’Arabia Saudita, che bombarda la popolazione civile in Yemen, paese aggredito. In due anni infiniti lutti e 10 milioni di senzatetto. Una parte dei sopravvissuti scappa e si aggiunge ai grandi flussi migratori: alla fine pagheremo anche noi. Allora, sappiamo dove le riconversioni hanno funzionato e dove no: con prudenza, senza avventurismi, dico che è meglio usare risorse europee per creare alternative industriali per quando questa guerra non converrà più. Troviamoci pronti.

 

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