Dopo il voto del 4 marzo. Politica e territorio, una distanza da colmare

Pubblicato su “Sulcis Iglesiente Oggi”, numero 10 del 18 marzo 2018


di Giampaolo Atzei

A dieci giorni dal voto del 4 marzo che ha cambiato il profilo politico nazionale, ancora pare incerto il futuro della legislatura. Senza una maggioranza chiara espressa dalle urne, gli scenari rimangono aperti a più soluzioni. Tuttavia, nell’attesa di capire quale sarà l’evoluzione del quadro di governo, continua l’analisi di quali siano le ragioni che hanno portato i diversi territori a scelte tanto radicali.
In particolar modo è necessario fermarsi ad osservare la nostra realtà del Sulcis Iglesiente. Quanto accaduto l’altra domenica rimane difatti un evento eccezionale, ma non sorprendente: se i numeri possono avere sorpreso, con il Movimento 5 Stelle stabilmente sopra il 40% nella totalità dei Comuni, quello che non può sorprendere è l’evoluzione del fenomeno. Già nelle Politiche del 2013, nella provincia di Carbonia Iglesias il M5S era il primo partito col 31% dei voti, il centrodestra stava al 20% e il centrosinistra al 27%. Cinque anni dopo, le posizioni si sono radicalizzate: nel collegio di Carbonia, in larga parte sovrapponibile alla vecchia provincia, M5S ha raggiunto quasi il 46%, il centrodestra 30%, il centrosinistra 15%. È evidente come si sia completamente invertito l’ordine dei fattori tra i poli tradizionali, mentre i grillini sono cresciuti ampliando il loro precedente primato. E se in cinque anni un movimento nato praticamente dal nulla non solo mantiene i propri voti, ma addirittura li incrementa di oltre un terzo, significa che qualcosa si muove nella pancia del territorio, specialmente se poi si osserva che questa è stata la tendenza in tutta la Sardegna e in larghissima parte del Mezzogiorno.
L’interpretazione classica era di riconoscere nel voto per i Cinque Stelle, fenomeno quest’anno accompagnato dall’exploit della Lega (qui in Sardegna forte dell’appoggio del Partito Sardo d’Azione), un voto di protesta, qualunquista, di rottura con il ceto politico dominante, stavolta reso più appetitoso dalla promessa “populista” del reddito di cittadinanza. È una chiave di lettura possibile ma non sufficiente e comunque, fosse pure solo così, sarebbe già una grave spia della crisi della politica tradizionale, in primis per il Partito Democratico al governo, bocciato per la sua insufficienza nel dare risposte alla crisi del territorio. Scendendo dal piano nazionale a quello del Sulcis Iglesiente i segnali potevano però essere diversi: si è finanziato il Piano Sulcis per il rilancio infrastrutturale e l’avvio delle bonifiche, l’ex Alcoa è stata ceduta ed è pronta a ripartire, anche per l’Eurallumina sembrano esserci prospettive incoraggianti, pure il turismo, con tutti i suoi limiti, ha sembrato dare buoni riscontri in queste ultime stagioni.
Eppure il voto non ha premiato questi segnali che hanno avuto tanta eco e buona stampa negli ultimi tempi. Evidentemente, c’è qualcosa di più profondo che sfugge: la distanza nella politica. La crisi di consenso del Pd più che per i risultati di governo – come si può dire anche a livello nazionale, dove qualche progresso nell’uscita dalla crisi e nel rilancio del sistema Paese è stato oggettivamente compiuto – è di relazione popolare, nella capacità di dialogo alla base: un recente studio della LUISS ha evidenziato come i Dem siano ormai una forza politica d’élite, votata e sostenuta da una limitata e circoscritta porzione della società italiana, più colta e agiata di quella che si riversava nel precedente voto di sinistra. Gradualmente, gli eredi del più grande partito comunista occidentale hanno perso quello che era comunque il grande valore dei partiti del dopoguerra: la capacità di essere inclusivi, dall’intellettuale all’operaio, dal marxista ortodosso al cattolico del dissenso. Il risultato finale, voto dopo voto, dopo tanti cambi di rotta e di nome, è quello che abbiamo sotto i nostri occhi, considerando che il Pd in realtà è l’approdo storico dei democratici di sinistra e dei popolari sopravvissuti all’implosione democristiana. È veramente un mondo che se n’è andato.
Qui, nella periferia dell’impero, all’ombra delle ciminiere di Portovesme, lungo i sentieri abbandonati delle miniere, tutto ciò assume un aspetto ancora più devastante per gli assetti di lungo periodo della politica locale. Si è sempre detto che il voto amministrativo è cosa ben diversa da quello politico, le elezioni per il Comune di Iglesias nella prossima primavera ci diranno ben più di qualcosa, intanto però da quasi due anni Carbonia, roccaforte della sinistra, è amministrata dal Movimento 5 Stelle. Chi annusa l’aria che tira per fabbriche e circoli, dice che quella è stata la caduta di Stalingrado, la svolta che ha spaventato e messo spalle al muro una sinistra di governo che, per la prima volta nel dopoguerra, ha sentito scivolare dalle mani la presa popolare.
La partita che ora tutti attendono, nel silenzio e nella preoccupazione, è quella per il futuro del polo industriale di Portovesme. Se il voto polarizzato per il M5S ha avuto un senso, dobbiamo presumere che si sia trattato di un voto informato e consapevole, coerente con un programma che vede i pentastellati contrari al riavvio di un sistema industriale oggi in stallo, per ragioni di politica economica, sanitaria e ambientale. L’ansia, come raccontano anche i reportage dei tg nazionali in visita alla “provincia più povera d’Italia” (clichè da cui sarà difficile emanciparsi) è che possa incepparsi il processo di riavvio che sembrava innescato.
Raccogliendo l’invito della Cei e dei vescovi sardi, che pubblichiamo in questo numero, da cattolici che vivono e abitano nella società, condividiamo queste preoccupazioni, nella consapevolezza che questo territorio esprime un’aspettativa di cambiamento che non si esprime solo nelle urne. Anche nel laboratorio locale che ha preceduto la Settimana sociale di Cagliari, non sono mancate le voci critiche sulla sola insistenza per il rilancio industriale, sebbene l’industria sia l’unica soluzione capace di occupare in poco tempo migliaia di lavoratori, raccontando di una voglia di fare, costruire e sperare che cerca soluzioni nuove rispetto al passato e anche interlocutori nuovi. In questo modo può anche intendersi il senso di un voto rivoluzionario nei modi e negli effetti: ai nuovi eletti il compito di raccogliere queste istanze di rinnovamento.

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