I dati nel territorio. Crisi delle nascite, tempo di realismo e soluzioni

I dati nel territorio

Crisi delle nascite, tempo di realismo e soluzioni

 

di Giampaolo Atzei

I più recenti dati Istat sulla popolazione nella diocesi di Iglesias lasciano poco spazio alla fantasia. In appena nove mesi, quanto serve perché una vita venga alla luce, gli abitanti residenti nei 24 Comuni che la compongono sono passati dai 129.917 del 1 gennaio 2017 ai 129.227 del 30 settembre 2017, una perdita secca di 690 unità dovuta sostanzialmente
all’alto numero di decessi (673). Il nostro territorio non fa così eccezione al vero e proprio inverno demografico che sta segnando l’intera società italiana e quella sarda in particolare, riportandola in molti casi ai numeri del XIX secolo. In questi primi mesi del 2017, gli unici saldi positivi nelle nascite sono stati a Musei e Sant’Anna Arresi, due tra le comunità più piccole della diocesi, sebbene si tratti di alcune delle migliori performance.
Piccolo è bello, in fin dei conti, si potrebbe dire, perché, nel periodo in esame, solo 5 su 24 comunità non hanno perso residenti, ma sono addirittura cresciute: Calasetta, Fluminimaggiore, Piscinas, Musei e Sant’Anna Arresi. Il caso di Fluminimaggiore, come hanno confermato gli uffici demografici comunali, è condizionato dalla presenza nel territorio comunale del centro di accoglienza dei migranti a Sant’Angelo, che porta con sé sia i nuovi nati tra le donne immigrate che le residenze degli ospiti della struttura. Per la natura transitoria della struttura e della realtà presente, si tratta di numeri che potranno presto cambiare, ma l’esempio è formidabile nel dimostrare come in una situazione come l’attuale, pochi fattori come i flussi migratori possono rapidamente invertire la tendenza allo spopolamento di comunità sempre più anziane, con sempre meno giovani e pertanto meno feconde e capaci di rigenerarsi.
Quando si parla di flussi migratori, non necessariamente si deve poi pensare alle traversate nel Mediterraneo o chissà quali scenari catastrofici descritti improvvidamente sui nostri media. Prima di tutto, le migrazioni sono interne, sono persone che si spostano di paese in paese, come magari Musei e Sant’Anna Arresi, dove le case costano meno rispetto a Iglesias o Domusnovas nel primo caso, oppure Teulada nel secondo. Quanti si spostano per queste ragioni, solitamente sono poi le persone più giovani, le famiglie di recente costituzione, ovvero quelle situazioni sociali più favorevoli alla nascita di nuovi figli e dove il tasso di vecchiaia è più basso. Così è stato in passato, quando le nostre città e paesi vicini alle miniere e alle industrie hanno attratto forza lavoro e le loro famiglie. Ora, ci troviamo in una fase dove la curva è decisamente al ribasso e l’inversione è praticamente impossibile nel breve periodo.
Nei due centri più popolosi – tra Iglesias e Carbonia sono residenti oltre 55.000 persone – in appena nove mesi si sono perse 369 residenze, tra decessi (la maggior parte specialmente a Iglesias) e trasferimenti. In particolare, incide il mancato ricambio generazionale tra nati vivi e morti. Un dato da solo è significativo: in tutta la diocesi, tra gennaio e settembre 2017, i nati vivi sono stati appena 442 a fronte di 1.115 decessi. Considerando solo Carbonia e Iglesias, il totale dei nati (183) non arriva a coprire almeno i decessi di una delle due città. Peraltro, a conferma di quanto si diceva sopra, gli unici saldi naturali (cioè la differenza tra nati vivi e morti) positivi sono a Musei e Sant’Anna Arresi. Sono numeri preoccupanti, che potrebbero mettere a rischio anche la sopravvivenza del punto nascite nel territorio se la valutazione fosse soprattutto quantitativa.
Alcune considerazioni, pur con dati così esigui, possono farsi. Di fronte a condizioni favorevoli che permettano l’insediamento di giovani coppie (lavoro, abitazioni a prezzi accessibili, servizi, qualità della vita) alcuni numeri positivi possono ancora prodursi anche senza una significativa immigrazione. Evitare lo spopolamento significa cercare di trattenere i giovani e la forza lavoro qualificata, perché, oltre alla “fuga dei cervelli”, in questo modo si combatterebbe anche quella che gli studiosi ormai chiamano la “fuga dei pancioni”, considerato che le donne che abbandonano questa terra si troveranno probabilmente madri nelle loro nuove patrie di adozione.
In ultimo, una considerazione di respiro più ampio che non può non coinvolgere noi, i nostri amministratori pubblici e anche la nostra dimensione di Chiesa e di comunità. Una realtà dove gli anziani sono sempre di più e i giovani sempre più marginali è un posto dove la generatività, la capacità di creare, innovare, rispondere alla crisi, sarà sempre più bassa. Le nostre chiese sono destinate a vedere sempre più teste canute tra i banchi e, avanti di questo passo, con il crollo delle vocazioni e il basso numero dei sacerdoti, l’idea stessa e l’identità delle parrocchie dovrà essere rimodulata. In un mondo in cui si nasce pochissimo, con famiglie dove sovente il figlio è unico, il concetto di “fratello e sorella” rischia di diventare una scatola vuota, parole il cui significato sarà progressivamente fuori dall’esperienza comune. I servizi a cui andremo incontro, con crescente bisogno di assistenza sanitaria da parte di una popolazione con esigenze maggiori, saranno paradossalmente sempre più radi: meno reddito che sostiene la spesa sociale, meno medici nei paesi per colpa di un sistema corporativo ed egoista che urge correzioni. Non vuole essere questo un facile quadro a tinte fosche, semplicemente un’onesta presa di coscienza dello stato reale della nostra società, perché la politica – prima di tutto – si faccia carico delle necessarie scelte a favore della famiglia e del sostegno alla natalità.

Comuni diocesi def_01


Pubblicato su “Sulcis Iglesiente Oggi”, numero 7 del 25 febbraio 2018

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