Carloforte. Con “Leviathan” in scena al teatro Mutua il dramma della famiglia

5 una scena

di Nicolo Capriata

Tanto seguito, tanti applausi e soprattutto tante riflessioni “moderne” ha suscitato la prima di “Leviathan” un’opera teatrale scritta e diretta da Sebastiano Leone e andata in scena la settimana scorsa al cine teatro Mutua. “Leviathan”, senza spiegarne la trama nei suoi particolari, è un atto unico, fondamentalmente drammatico (anche se nel finale il bene vince sul male) nel quale viene rimarcata con forza la decadenza della famiglia del giorno d’oggi, colpita dalla crisi lavorativa e dalla carenza di affetti e comunicazione reale (sarebbe meglio dire umana) e tutto sommato avvolta dalla solitudine e da burrascosi conflitti interni che fanno male a tutti e soprattutto ai figli.  E se vogliamo “Leviathan” è anche una critica (giustissima) alla società “del capo chino” tutta presa e intenta a mettere il “mi piace”, a siglare “condivisioni”, a blaterare e sentenziare su facebook, a formare gruppi, naturalmente con whatsapp.  Tante e diffuse relazioni, ma quanto solide e vere? Riflessioni e considerazioni che lo spettatore di “Leviathan” ha dovuto, quasi prepotentemente porsi e fare. D’altronde Leviathan, nella mitologia delle antiche religioni come nei testi biblici è un mostro, variamente dipinto, ma sempre apportatore di male e di caos, che nella piéce sono le nuove schiavitù. Ed è stato proprio questo il tema da cui tutto si è originato. Don Gianni Cannas parlando con i componenti del gruppo teatrale “Passio” che negli anni scorsi avevano messo in scene per le strade cittadine il Calvario di Gesù, li invitò a creare qualcosa di nuovo che toccasse le catene sempre più lunghe e ingabbianti delle nuove dipendenze alle quali l’uomo è assoggettato. Così Sebi Leone, già autore di un musical “Cuore impavido” rappresentato nell’aprile del 2015, che narra del ritrovamento della Madonna dello Schiavo, non ci ha pensato più di tanto. In due giorni, anzi “in due notti settembrine” come ha raccontato, il canovaccio era pronto. Trovare gli interpreti sei in tutto (Marilena Peloso, Carlo Quaquero, Angelo Antetomaso, Mario Curcio, Rosario Pintus, Marco Crisigiovanni) è stato facile, e bella e commovente (qualche lacrima ha inumidito più di un occhio) è stata la loro interpretazione anche perché alcuni di loro avevano già calcato le scene. Un’ultima annotazione: a preludio e ad epilogo della rappresentazione due brani cantati dal coro di Carloforte. Anche questi, manco a dirlo, applauditissimi.

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