Iniziazione cristiana: crisi oppure opportunità?

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Iglesias, cattedrale di Santa Chiara, 12 novembre 2017. La consegna del Mandato del vescovo ai catechisti della diocesi (foto di Efisio Vacca)

di don Maurizio Mirai
direttore UCD Iglesias

Tante volte ci siamo posti il problema di come iniziare i bambini e i ragazzi alla fede soprattutto in età in cui è molto difficile comunicare con loro e non si riesce a catturare la loro attenzione. È necessario capire che i ragazzi che abbiamo davanti non sono gli stessi di dieci, quindici, venti anni fa. Essi sono figli di una nuova generazione che riceve continuamente delle sollecitazioni dai new media e dalla società.
Gli italiani si dichiarano cattolici in larghissima maggioranza, e quasi tut¬ti i ragazzi frequentano la catechesi fino alla Cresima. Ma la frequenza rego¬lare alla Messa festiva scende al 20/30%. La maggior parte dei ragazzi non trova in famiglia l’aiuto necessario per vivere cristianamente e la percen¬tuale della loro presenza alla Messa festiva è piuttosto scarsa. Che cosa fa¬re perché i ragazzi vadano a Messa? È l’argomento inevitabile delle riu¬nioni dei catechisti, desolati nel constatare che, a parte le celebrazioni a cui i ragazzi partecipano volentieri, la catechesi non si prolunga in alcuna esperienza comunitaria e liturgica. Le scuse dei ragazzi sono molte: “Per¬ché dovrei andare a Messa se i miei genitori non ci vanno?”; “La chiesa è lontana da casa mia”; “Ho compiti da fare, attività sportive, vado al mare con i miei genitori”.
Dobbiamo essere realisti. I ragazzi che vanno a Messa la trovano “lun¬ga e noiosa”; per la maggior parte di loro non è un appuntamento parti¬colarmente gradito, e non comprendono dove sia la festa di cui si parla tanto ma che, di fatto, li coinvolge poco. Se non amano la Messa, è anche perché hanno l’impressione di assistere a uno spettacolo del quale capi¬scono spesso pochissimo e al quale non partecipano attivamente. Ci dob¬biamo dunque impegnare ad aiutarli a cogliere il senso di ciò che avviene intorno all’altare, a rendersi conto che sono invitati a partecipare da pro¬tagonisti all’azione che si svolge. La partecipazione alla messa può arric¬chire la loro comunione con Dio e con gli altri.
A motivo di questo contesto culturale – religioso, da un po’ di anni a questa parte si è cominciato a parlare di iniziazione cristiana. Prima questo termine non era molto usato perché la fede era un dato acquisito, presupposto, ora non essendolo più si è cominciato a parlare di Iniziazione cristiana. Ma cosa vuol dire? Per capire bene l’espressione, si parte dall’esperienza umana che è comune a tutti noi e che ci facilita la comprensione.
Letteralmente in sé iniziazione esprime una “azione iniziale” o “un inizio di azione” o un “introdurre attraverso un’azione”. Sappiamo tutti che gli inizi sono sempre faticosi perché si tratta di imparare a diventare abili nel fare qualcosa. All’inizio non si è pratici, molte cose non si capiscono, altre non si maneggiano bene e sappiamo che per superare questa fase iniziale, c’è bisogno di qualcuno dell’ambiente che ci accompagna “dentro”. Che ci spiega come le cose funzionano, vigilando attentamente sui nostri tentativi di riprodurre comportamenti e mettendoci in buoni rapporti con le altre persone dell’ambiente stesso per poter godere della loro testimonianza e delle loro abilità. È questo il duplice significato letterario della parola “iniziazione” iniziare e agire.
Muoversi per entrare in un ruolo; superare difficoltà e imprecisioni per acquisire relazioni, comportamenti, significati. Questo significato dell’iniziare lo troviamo molto chiaramente in tanti ambienti, ed esperienze della nostra vita. Pensiamo per esempio nell’ambito familiare tutte le azioni di iniziazione che i genitori fanno nei confronti del figlio per introdurlo alla vita, nel mondo umano e soprattutto quanta pazienza, tempo, convivenza, tentativi. In modo particolare pensiamo a quanti sforzi dobbiamo fare per educare ed iniziare dei processi. Quando si parla di educare non esistono ricette e non si può pensare un percorso standardizzato! Così nell’ambito del lavoro, c’è un’iniziazione al lavoro, alla professione a cui molto spesso ci si deve sottoporre ad un lungo tirocinio. Ma anche nelle religioni ci sono dei percorsi di iniziazione attraverso riti, prove, per far acquisire alla persona uno “status” particolare che lo fa riconoscere come membro adulto del clan religioso e culturale. Pensiamo ad una persona che vuole diventare buddista: gli verrà presentato tutto subito? Diventerà un perfetto seguace dopo alcuni incontri? No, c’è bisogno che la persona si addentri nella nuova esperienza attraverso una serie di riti che segneranno i vari passaggi! In ogni caso non sto promuovendo il buddismo ma forse questo esempio può aiutarci meglio a concepire l’iniziazione cristiana.
Quando si parla di iniziazione cristiana seppur la parola iniziazione corrisponde a tutte le altre indicazioni riportate, si fa un riferimento esplicito alla persona di Gesù, in modo particolare alla sua morte e resurrezione. Anche in questo campo è necessario iniziare perché non si nasce cristiani ma si diventa, così come ci ricordava Tertulliano. Nei tempi di IC occorre far gustare la bellezza del credere in Gesù, di una fede viva, di una comunità che vive l’esperienza cristiana. Per cui l’IC e la convergenza di tre elementi: la fede della persona, la sua disponibilità, il passaggio ad una nuova identità, e nello stesso tempo l’accadimento che ci supera perché fa riferimento al mistero profondo della morte e risurrezione di Cristo che nell’IC è espresso dal rito, dal sacramento. Diversi fattori entrano in gioco nei tempi dell’IC. Dobbiamo metterci l’anima in pace e capire che l’obiettivo da raggiungere è quello di seminare, lasciare un’impronta, fare in modo che il ragazzo possa fare un’esperienza significativa che lo abiliterà ad un incontro più approfondito con la persona di Gesù. Molto spesso ci lamentiamo che i ragazzi sono disattenti, disaffezionati, sempre con il cellulare in mano. Essi sono iperattivi nel senso che sono sollecitati continuamente dalla tecnologia che si evolve. Cosa fare di fronte al cambiamento antropologico in atto? Continuare a lamentarsi? Sinceramente penso che l’atteggiamento giusto sia quello di porsi in dialogo con la cultura contemporanea e cercare di valorizzare nella catechesi alcuni atteggiamenti che possono favorire l’apprendimento della vita cristiana. In modo particolare mi sembrerebbe opportuno prendere come riferimento il testo dell’INIZIAZIONE CRISTIANA DEI FANCIULLI E DEI RAGAZZI del 1991, in cui al n. 7 si dice: “Per iniziazione cristiana si può intendere il processo globale attraverso il quale si diventa cristiani. Si tratta di un cammino diffuso nel tempo e scandito dall’ascolto della Parola, dalla celebrazione e dalla testimonianza dei discepoli del Signore attraverso il quale il credente compie un apprendistato globale della vita cristiana e si impegna a una scelta di fede e a vivere come figlio di Dio, ed è assimilato, con il Battesimo, la Confermazione e l’Eucaristia, al mistero pasquale di Cristo nella Chiesa”.
Se vogliamo rinnovare l’iniziazione cristiana questo non può che essere il punto di partenza. L’impianto catechistico attuale appare ancora troppo scolastico ed incapace di iniziare nel vero senso della parola. Dobbiamo porci degli interrogativi. Non possiamo fare finta di niente, continuare a fare come abbiamo sempre fatto. Come iniziare in questo contesto culturale cosi variegato? Non ci troviamo forse in un periodo storico dove la crisi di fede potrebbe essere il nuovo punto di partenza per rinnovare le nostre esperienze e la nostra Chiesa?

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