Dopo la Settimana Sociale. Come riconoscere il “lavoro buono”?

di Annalisa Atzei

Durante i lavori della Settimana Sociale a Cagliari, uno dei punti di forza del programma è stato rappresentato dalle “buone pratiche” e proprio ad esse è stata dedicata, nello specifico, una intera giornata dei lavori. Questa definizione fa subito pensare alla genuinità di una consuetudine, di una esperienza che evidentemente, considerato il contesto, ha a che fare col mondo del lavoro. Con le buone pratiche, in effetti, il Comitato Scientifico ha voluto identificare tutte quelle realtà imprenditoriali virtuose del nostro Paese che si distinguono in campo sociale e ambientale; pratiche di cui si è già a conoscenza, poche a dire il vero, e altre insospettabili, ma che sono presenti sul nostro territorio generando “lavoro buono”.
Per capire meglio, la storia ci viene in aiuto con un nome illustre della storia industriale italiana che, se nel dopoguerra non fu risparmiato dalle critiche, oggi rappresenta un eccellente modello. Parliamo di Adriano Olivetti, imprenditore del dopoguerra noto forse più per portare il nome della prestigiosa macchina per scrivere, che per la sua capacità rivoluzionaria, e insieme straordinaria, soprattutto per quei tempi, nel condurre la sua azienda. Un’azienda che prima di tutto era un progetto sociale. Olivetti mirava al successo e al profitto, ma solo affinché questo venisse poi reinvestito per il bene della comunità; cambiò la relazione tra imprenditore e operaio, perché partecipasse alla vita della fabbrica; rimodulò gli orari di lavoro e dotò la fabbrica di strutture ricreative e assistenziali come biblioteche, ambulatori medici e asili nido. La Olivetti divenne un modello di organizzazione dei tempi del lavoro con al centro l’”uomo” e non il “dipendente”. Oggi più che mai è importante riflettere proprio su questi aspetti. Guardiamo al passato con nostalgia e non ci accorgiamo che proprio vicino a noi, nelle nostre comunità, esistono tanti piccoli e grandi Olivetti che portano avanti i loro progetti sociali. Per questo, per scovare queste realtà, è nata la ricerca delle buone pratiche.
Duecento volontari, provenienti dalle diocesi di tutta Italia, sono andati negli ultimi mesi alla ricerca di realtà imprenditoriali sostenibili dal punto di vista economico, sociale e ambientale, per creare un paniere di esempi replicabili di pratiche che generano nuovi approcci al mondo del lavoro. Dopo un’attenta analisi delle pratiche segnalate, 402 di queste sono emerse realmente sostenibili: 309 provengono da realtà imprenditoriali, 40 dal mondo della scuola e 52 dalla pubblica amministrazione, ma questo è stato solo il primo passo di un censimento che si preannuncia molto più ampio.

Lavoro buono

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