Grazie Franco, amico e maestro

di Giampaolo Atzei

La scomparsa di Franco Manis ci lascia un gran vuoto. Da cristiani però, il nostro stordimento è consolato dall’immaginarlo come l’aquila da lui raccontata, leggera nel suo volo librato nel Cielo, ascesa tra le correnti sino a conoscere la gloria di Dio.

Questa settimana pubblichiamo la terza e conclusiva parte del suo ultimo racconto, giunta, secondo le recondite vie della provvidenza, ad accompagnarlo proprio nel suo passaggio da questa terra. Quando mi annunciò questo contributo, Franco non stava già bene, ma desiderava continuare a scrivere. Progettava, lanciava lo sguardo verso i prossimi traguardi, come sempre aveva fatto e ci aveva insegnato. Lo animava il suo amore per questo settimanale, per la buona stampa cattolica oltre che le belle lettere in generale. In gioventù, quando fu a Nuoro per lavoro, visse con passione gli anni del capoluogo barbaricino, avvicinandosi a L’Ortobene, alla cultura nuorese, maturando per essa un sentimento che non lo avrebbe abbandonato mai più. Egualmente, anche nel suo Iglesiente minerario, la passione per la storia della Chiesa ha animato tante sue ricerche e conversazioni; ha collaborato prima al rinato Corriere del Sulcis e poi, nella sua ancor breve storia, al nostro Sulcis Iglesiente Oggi.

Di questo settimanale Franco Manis è stata una presenza forte e continua, una penna sempre generosa e attenta, nella custodia e nella trasmissione della memoria, della storia piccola e grande, nel mondo del lavoro, della politica, della formazione. Da tecnico scrupoloso e apprezzato dirigente d’azienda qual era, ha dato al settimanale diocesano un contributo attivo alla sua organizzazione, aiutandolo nella diffusione, partecipando agli incontri di promozione, mai tirandosi indietro, sempre prodigo di consigli. In tanti, a partire da chi scrive queste righe, gli devono l’opportunità ricevuta per crescere, migliorarsi e, se necessario, ricevere anche critiche costruttive. Specialmente è stato un grande narratore della nostra società, della storia dei lavoratori e delle famiglie, talento espresso nel corso di quest’anno con la pubblicazione dei “ritratti” in più puntate, pagine che tanta gioia gli avevano dato e per le quali ancora tanto aveva da scrivere. La genesi stessa di questa sua ultima collaborazione è stata frutto di una meditazione sul nostro settimanale, condivisa perché lui era uomo di confronto, dialogo, redazione vera. Quei suoi “ritratti”, storie da leggere, amare e conservare, pagine da divorare nell’attesa della settimana seguente, sono stati una scommessa vinta, l’ultima lezione di un maestro che ancora saprà insegnarci tanto. Grazie Franco, semplicemente grazie per quanto ci hai dato.

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di Miriam Cappa

Un grande amore per il territorio (“ma non chiamatemi storico, che non sono un professore”) che non ha mai smesso di raccontare con la stessa affabilità di quando si descrive di un amico di famiglia. E questo Franco Manis è riuscito a esserlo per tutti nelle città che aveva nel cuore, la natia Buggerru e Iglesias, dove ha vissuto finché domenica 22 ottobre un male l’ha portato via all’affetto della sua famiglia e delle comunità che ha onorato per 75 anni. Il suo impegno che è andato oltre il servizio da ottimo professionista alla Telecom e si è espresso nel sociale e nelle attività cittadine: aveva anche ricoperto il ruolo di direttore generale al Centro direzionale durante l’amministrazione guidata da Paolo Collu. Presenza immancabile nei momenti culturali significativi come la Scuola civica di storia di Iglesias, Università della terza età, presentazioni letterarie o le giurie di premi come quello di poesia della Logos o della Fidapa, ha fatto parte di tutti i più importanti sodalizi dall’Associazione Mineraria Sarda al Cineclub. Non è mancato neppure alla condivisione del Cammino minerario di Santa Barbara per cui, ad agosto, era stato chiamato all’inaugurazione del cippo segna-tappa a Buggerru. Curiosità e passione per ogni aspetto dell’industria estrattiva hanno animato le sue continue ricerche dai saggi come “Una miniera” o “Immagini di Buggerru” e opere di narrativa come “Oltre la Lucien” dalla quale aveva sceneggiato anche uno spettacolo teatrale per la compagnia Effimero meraviglioso. Come nella vita quotidiana a interessarlo erano soprattutto le persone: è stato capace di dipingere con le parole i ritratti di tutte quelle che, semplicemente col loro lavoro, hanno costruito la storia mineraria anche se l’epopea non ricordava più il loro nome. Una vivacità che non si è mai fermata e lo faceva confrontare sempre con nuove avventure come iscriversi all’Università di Cagliari dopo la pensione. Nella facoltà di Lettere lo conoscevano tutti: era diventato un punto di riferimento per i colleghi più giovani. Si era laureato con un’apprezzatissima tesi che analizzava la controversa relazione fra la Sardegna e lo zinco.

“Quando la storia della tua famiglia è legata alla miniera – ha scritto – una forza interiore t’impone di sapere, di approfondire. E se non puoi farlo da minatore perché le occasioni di vita non hanno consentito che tu fossi ‘uomo di miniera’ la tua passione non viene ugualmente meno. Scopri che la vita di quel villaggio, che diventerà paese con il successo d’impresa della società mineraria, è condizionata dagli orari della sirena che cadenza i tempi di entrata e di uscita dai cantieri. La vita sociale è condizionata dagli interessi della direzione della miniera, dalla organizzazione funzionale, dal sistema feudale, dalla piramide degli organigrammi costruiti dalla direzione”.

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