Una nuova coscienza economica deve globalizzare la solidarietà

Intervista a don Giuseppe Tilocca, vicario episcopale per la Pastorale, dopo il convegno diocesano
Le riflessioni dopo il confronto in assemblea

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Carbonia, 27 settembre 2017. Lavori di gruppo al Convegno diocesano (foto di Efisio Vacca)

di Jacopo Casula

Sono stati numerosi gli spunti di riflessione emersi durante il Convegno Diocesano, nell’incontro su “famiglia e lavoro”. Ritiene che questi spunti rispecchino la situazione del nostro territorio?

Non basta di certo un Convegno per affrontare in modo esauriente la questione del lavoro. Si è cercato semplicemente di rimettere al centro dell’attenzione dei partecipanti la sua importanza per le famiglie e i giovani in particolare. Non possiamo infatti dimenticare che sono proprio loro a pagare maggiormente le conseguenze della crisi. Il tasso di disoccupazione giovanile, secondo i dati recentemente forniti dall’Istat, ci dice che solo un giovane ogni dieci svolge un’occupazione, sei su dieci sono ufficialmente disoccupati e tre su dieci appartengono alla categoria dei NEET, cioè quei giovani che non hanno lavoro e non lo cercano neppure. Sono dati che dovrebbero scuoterci e portarci a domandarci con serietà che cosa possiamo fare per loro come comunità ecclesiale.

In una società globalizzata, è difficile proporre modelli di sviluppo che mettono al centro la dignità e la solidarietà?

È purtroppo vero che nella società globalizzata è l’economia a dettare le regole alla politica e a tutte le nostre vite. Purtroppo, un po’ alla volta, senza quasi accorgercene, abbiamo dato al mercato globalizzato il potere di trasformare gli esseri umani in “consumatori”. Per il mondo in cui viviamo, l’essere umano conta qualcosa solo se ha soldi da spendere. Come cristiani abbiamo il dovere di combattere questo sistema economico affermando una “nuova coscienza economica” che globalizzi la solidarietà e riconosca ad ogni uomo la propria dignità personale.

Come ritiene che si possa operare per ridare dignità e umanità al lavoro?

Per ridare dignità e umanità al lavoro è necessario che il lavoro abbia quelle caratteristiche che papa Francesco gli attribuisce nella Evangelii gaudium al n. 192. Per lui il lavoro deve essere “libero, creativo, partecipativo e solidale”. Tali parole sono state scelte dai Vescovi italiani per il titolo della 48a Settimana Sociale che si svolgerà a Cagliari a fine ottobre. Parole che dicono in fondo che per essere giusto e umano il lavoro deve essere “liberato” dalla dittatura dello “spread”, degli indici della borsa, del “PIL”, cioè da quei numeri con cui siamo stati abituati dai telegiornali a considerare la salute di un’economia. Deve saper considerare le trasformazioni tecnologiche legate allo sviluppo di Internet e le esigenze dell’ambiente abbondantemente saccheggiato dall’industrializzazione selvaggia dell’Ottocento e del Novecento. Infine, deve essere ripensato in modo da dare a tutti, sia ai giovani sia ai poveri del “terzo” e “quarto” mondo, la possibilità di accedervi.

Ritiene che spesso i mezzi di comunicazione riportino in maniera inadeguata e non completa le parole del Santo Padre?

È un problema che si sta amplificando nel tempo delle comunicazioni veloci a cui la Rete ci ha abituato. Il fenomeno delle “fake news”, delle notizie false o distorte, che vengono diffuse dai social-network è un danno alla verità. Dovremmo combattere la pigrizia e non dare ascolto alle notizie in pillole manipolate da altri per farci un’idea personale di ciò che dice il Papa, andando a leggere integralmente i suoi interventi.

Quali sono stati, a suo avviso, i principali spunti emersi nel corso dei laboratori organizzati durante il Convegno Diocesano?

Mi ha colpito molto la richiesta emersa in uno dei laboratori di costituire in diocesi una scuola di “fede e politica”. Mi ha colpito soprattutto perché è un’idea che il Vescovo stesso chiede alla Chiesa diocesana per contribuire non solo alla formazione di una nuova coscienza economica ma anche di una nuova coscienza politica.

 

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