La voglia d’indipendenza della Catalogna, come nasce un nuovo muro

Pro-unity supporters take part in a demonstration in central Barcelona

di Giampaolo Atzei

Quando penso a Barcellona, la prima immagina che mi viene in mente è mio padre, primi anni Cinquanta, sguardo all’orizzonte tra le gradinate dello stadio sul Montjuich, vecchie panche di legno, una via di mezzo tra un teatro romano e una plaza de toros. Vuoi andare in Spagna? diceva, allora lascia perdere Barcellona, lì è un’altra cosa. Ecco, un’altra cosa. Eppure tutta la Spagna è un gazpacho di altre cose, forse perché mai è stata la nazione che crediamo, se non un Impero, un Regno, ma non proprio una nazione, se non nella sua limpidezza cristiana forgiata dopo la cacciata di ebrei e musulmani. Sono cose del passato, roba da libri di storia, eppure sono il presente, se siamo qui a leggere, scrivere e parlare dei fatti recenti di Catalogna. Perché quello che sta accadendo in Spagna, e un giorno potrebbe accadere altrove nei mille rivoli dei tanti popoli senza patria che fanno l’Europa, è una storia che viene da lontano, ma incredibilmente moderna. È l’apice di un rancore covato per anni, alimentato nei libri di scuola, nell’esclusività linguistica, nelle marce per le strade, nell’orgoglio blaugrana del football club Barcellona. È una storia di ostentata diversità, antica come antiche sono le divisioni dei popoli, anche se la storia è ciclica e quel che prendi prima ti viene sempre reso poi.

La ruota della Storia. Catalani e aragonesi sono stati i conquistatori della Sardegna, quelli che hanno assediato e conquistato Villa di Chiesa, quelli che hanno massacrato i sardi a Sanluri, facendo schiave le donne e trucidando gli uomini, quelli che hanno fondato Alghero con un bell’esempio di pulizia etnica, sostituendosi ai sardi indigeni e sconfitti. Ora sono i catalani a conquistarsi le prime pagine della stampa internazionale, per un tentativo di autodeterminarsi, che, a dispetto della loro storia, in realtà è molto meno limpido di quanto si vada dicendo. C’è molta emotività. La lettura della vicenda catalana è in questi giorni condizionata dalle violenze vissute domenica 1 ottobre e dalla rappresentazione che ne è emersa. Una storia che potrebbe diventare un buon manuale per i rivoluzionari del terzo millennio. A cent’anni dal colpo di stato bolscevico in Russia, alle sommosse d’oggi animate dalla rete e dalle fake news. Difatti, al di là degli sviluppi che la sfida catalana per l’indipendenza potrà avere, alcune cose rimangono già sul tavolo; il tempo poi ci dirà cosa accadrà, i lunghi tempi della Brexit lo insegnano.

Lo Stato di diritto. Innanzitutto, la legittimità giuridica di quanto è accaduto, ossia l’argomento forte dello Stato spagnolo. Il referendum catalano di autodeterminazione nasce da una decisione del parlamento regionale assunta senza maggioranza qualificata, senza dibattito aperto e libero, da un governo autonomista che si è retto in questi anni sotto il ricatto di movimenti anarchici e anticapitalisti – la Cup – che hanno spesso assunto toni anticristiani e rivoluzionari, con l’indipendenza catalana che è divenuta il cavallo di troia per la destabilizzazione del sistema fondato sulla Costituzione del 1978. L’intero impianto di leggi che metteva in piedi il referendum e la legge di transizione alla Repubblica catalana è stato dichiarato incostituzionale, ciò nonostante il procés è andato avanti, sino a domenica: la polizia locale, i Mossos d’Esquadra, avrebbero dovuto impedire lo svolgimento del voto, ma si sono sottratti alle disposizioni della magistratura e il risultato è stato quello che abbiamo visto. La polizia nazionale e la Guardia Civil sono intervenuti per impedire la votazione, in una minima quantità di seggi visto che il 96% ha regolarmente funzionato, ma tanto è bastato perché cadessero nella trappola. Lo scontro in alcuni seggi è stato duro ed è stata questa la leggerezza del governo di Mariano Rajoy, se non il suo calcolo cinico di avere lo scontro per evidenziare l’insubordinazione totale catalana, anche delle forze di polizia locali.

Le élite radicali al comando. In Spagna dicono che si è andati al choque de trenes, Rajoy e Puidgemont, come due treni lanciati senza freno, sono andati a scontrarsi, a farsi male vicendevolmente. Eppure, a conti fatti, per avere un’idea dell’attendibilità del tutto, al referendum ha partecipato appena il 42% dei catalani e di questi il 90% ha detto sì all’indipendenza: in totale, si tratta di circa un terzo della popolazione, e gli altri due terzi? Si aggiunga poi il voto in strada, senza registri, con annotazioni manuali, in urne di plastica da 5 euro comprate su internet, nascoste anche nelle parrocchie per occultarle alla polizia, con il sospetto che talvolta siano arrivate ai seggi addirittura con le schede già votate. È la rivoluzione al tempo delle fake news e dei social. Rajoy ha fatto la figura dell’hidalgo poco pratico dei tempi moderni di fronte all’insurrezione digitale dei radicali catalani. Ha tolto la rete nei seggi, ma internet è rimasta grazie a tablet e smartphone. La polizia ha fatto irruzione nei seggi dove i Mossos sono stati latitanti e c’erano le telecamere pronte a riprendere in diretta il loro sfondamento violento, come fosse un reality. Tramite WhatsApp le code ai seggi erano già lunghe dal primo mattino e si stava organizzando pure l’invasione del Camp Nou durante la partita del Barcellona. Sempre sui social, il governo locale ha poi raccomandato di chiedere il soccorso medico per tutto, anche per le minuzie, ed è così passata la notizia che sarebbero stati quasi 900 i feriti, un’enormità, nemmeno in guerra, mentre i casi realmente gravi sono stati appena un paio. E si potrebbe continuare.

La guerra delle reti. Ancora più inquietante è ciò che non si vede. Nella gestione dei social, degli #hashtag, delle foto che stanno circolando nei social, sono entrati in azione hacker russi, le stesse intelligenze che si sono messe di mezzo nel voto presidenziale americano e in quello per la Brexit, ben sappiamo come sono poi andate le cose. L’uso astuto delle immagini false, vecchie se non artefatte, delle citazioni e delle regole più celate di Twitter, Facebook, Google e Instagram hanno contribuito nei mesi a far crescere un sentimento violento e astioso, poi esploso nel choque de trenes di domenica. L’esempio perfetto di fake news e post verità l’ha poi raggiunto il caso di Maria Torrecillas, una ragazza di 33 anni presentata anche dalla sindaca di Barcellona, Ada Colau, come vittima della sadica violenza della polizia: dieci dita rotte di proposito, molestata sessualmente. Poi due giorni si è scoperto che aveva appena un’infiammazione a un dito, causata dalla caduta dell’urna che teneva in mano. È la post verità, pronta e servita. È la solita propaganda, come sempre accaduto in queste situazioni, ma mentre un tempo servivano ore, giorni, giornali e film per creare un caso, ora basta meno di un attimo, un tweet. E la Spagna democratica sembra il Cile di Pinochet o la Turchia di Erdogan.

Le frontiere dei ricchi. In conclusione, attendendo i prossimi passi di questa dolorosa vicenda, con l’auspicio della chiesa spagnola per “evitare decisioni e azioni irreversibili” e la riprovazione per le violenze di domenica, rimane un’ultima riflessione sul profilo sociale dell’indipendentismo catalano. Come ogni populismo, da quello americano a quello della Brexit e ai vari esempi italiani, la fuga dai contesti solidali e la costruzione delle frontiere sembrano la migliore soluzione alla crisi delle classi medie e più agiate. Perché l’indipendentista medio in Catalogna, lo dicono studi consolidati e una tradizione politica moderata, è una persona benestante, di radicata famiglia catalana e borghese, che teme di perdere il suo benessere, un oggettivo esempio di egoismo sociale. I catalani immigrati dal resto di Spagna ed Europa, quanti hanno un reddito più basso, questi sono i meno radicalizzati, perché più cresce il reddito e più si alza l’adesione alla secessione. È questo il dato su cui riflettere, oltre ogni cedevole emozione, se davvero si crede in un mondo dove si devono costruire ponti e non nuovi muri.

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